C'è un'immagine che mi torna in mente ogni volta che penso a Ugo Mazzia: le mani sporche di nastro adesivo, la sigaretta che pende dalle labbra, lo sguardo che scorre la scaletta come uno spartito che solo lui sa leggere. È così che l'ho visto per la prima volta, a Castellina Marittima, una ventina d'anni fa. Un festival qualunque, di quelli che nascono e muoiono nello stesso weekend. L'organizzazione aveva dimenticato lo stage manager. Lui, che era lì come tour manager degli Zen Circus e degli One Dimensional Man, si è semplicemente messo al lavoro. Senza chiedere permessi, senza firmare contratti. Ha preso in mano quel palco e l'ha fatto funzionare.
Ugo se n'è andato stanotte. Un male incurabile, dicono. Non sapevo quale, non lo sentivo da anni. Ma in fondo, che importanza ha il nome della malattia quando perdi uno dei pochi che la musica l'ha servita davvero, senza chiedere nulla in cambio?
Negli anni Zero, quando le major chiudevano i battenti e l'indie era ancora una parolaccia, Ugo caricava furgoni e attraversava l'Italia. Portava Pierpaolo Capovilla e i suoi One Dimensional Man, gli Zen Circus di Appino, in posti che le mappe non contemplavano. Circoli Arci, centri sociali, piazze di paese. Una carovana piratesca, la chiamava lui. Carbonara. Gente che credeva si potesse campare di musica fatta bene, non di plastica.
Quando nel 2006 abbiamo tirato su la prima edizione del MI AMI, non ho avuto dubbi. Gli ho scritto: "Vuoi fare lo stage manager?". Ha accettato prima ancora di sapere i dettagli. È rimasto per dieci edizioni, con responsabilità che diminuivano ogni anno — colpa mia, lo ammetto, perché più il festival cresceva, più la struttura si irrigidiva, e Ugo non era fatto per le gerarchie. Lui era fatto per il caos, per l'imprevisto, per il cavo che si stacca a due minuti dall'inizio e lui che è già lì, calmo, a ricollegarlo mentre ti guarda con quegli occhi che dicono: "Tranquillo, ci penso io".
Non era solo un tecnico. Era un custode. Di sogni altrui, di band che senza di lui non avrebbero mai varcato l'Appennino, di una scena che lui ha tenuto in vita a forza di chilometri e notti insonni. Gli amici che lo incrociavano negli ultimi anni mi dicono che si era fatto più sparuto, più silenzioso. Ma ogni tanto, davanti a una birra, gli brillava ancora quello sguardo. Quello di chi sa di aver fatto la cosa giusta.
Ciao, Ugo. Il palco è tuo. Per sempre.
