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La gioventù senza rivoluzione e il miraggio dei miliardi

IL DESERTO DEL REALE

La gioventù senza rivoluzione e il miraggio dei miliardi

Tra classifiche celebrative sui giovani talenti delle istituzioni e trionfalismi contabili, la sfera pubblica confonde il ringiovanimento anagrafico con la visione strategica. Ma senza un'idea di trasformazione sociale, la democrazia resta un'arida liturgia.

Leggere la rassegna stampa politica di questi giorni suscita una strana sensazione di spaesamento, quasi uno sdoppiamento di prospettiva. Da un lato scorrono i titoli trionfali sulle "promesse del futuro": classifiche patronali che incoronano giovani amministratori sotto i trent'anni - dal sindaco marchigiano Domenico Carbone al siciliano Fabrizio Tantillo - celebrati come i salvatori di un sistema stanco. Dall'altro, risuona il monito amaro dello storico dell'arte e saggista Tomaso Montanari, che denuncia senza appello «un deserto di politica che parli di cambiamento sociale». Nel mezzo, la consueta retorica di governo, incarnata dai 41 miliardi rivendicati con enfasi da Fratelli d'Italia per il comparto agricolo.

L'anagrafe come feticcio cosmetico

La concomitanza di queste notizie non è casuale, ma rivela il sintomo di una patologia profonda della nostra sfera pubblica: la sostituzione del pensiero radicale con il feticismo della giovinezza e della tecnocrazia. Inserire sessanta "under 30" in una vetrina celebrativa è diventato l'equivalente politico delle liste di Forbes. Si tratta di una pura cosmesi demografica che serve a mascherare l'assenza di un vero dibattito ideale. La domanda fondamentale non è quanti anni abbiano i nuovi volti del potere locale, ma quali istanze e quale carica di rottura essi portino nei palazzi. Se il giovane politico si limita a gestire l'esistente con il linguaggio della vecchia nomenclatura, la sua età è soltanto un dato biologico, non una forza trasformativa.

La contabilità delle illusioni

In questo panorama, la politica abdica alla propria funzione pedagogica e utopica per ridursi a mera contabilità patrimoniale. L'annuncio dei miliardi destinati all'agricoltura risponde al medesimo codice narrativo: la monetizzazione del consenso sbandierata come trofeo propagandistico. Si elargiscono risorse economiche, ma si evita accuratamente di affrontare le contraddizioni strutturali dei modelli produttivi, la devastazione ecologica o lo sfruttamento sistemico della manodopera nei campi. È il trionfo dell'amministrativismo post-ideologico: si governa il presente senza mai osare immaginare il futuro.

Riconquistare il senso del sociale

Ha ragione Montanari nel diagnosticare la presenza di un deserto. Come ricordava Pier Paolo Pasolini nelle sue riflessioni sul conformismo, l'omologazione culturale prosciuga la capacità di desiderare un mondo diverso. Oggi assistiamo a una politica che ha rinunciato a redistribuire il potere e a colmare le fratture di classe. Senza una visione organica di giustizia sociale, i miliardi annunciati restano rigurgiti di spesa pubblica e le "giovani promesse" rischiano di trasformarsi precocemente in grigi funzionari dello status quo.

OndaPop crede che la politica debba tornare a essere conflitto generativo, passione e immaginazione radicale. Finché l'agenda pubblica sarà occupata unicamente da passerelle anagrafiche e bilanci elettorali, la wilderness culturale continuerà ad avanzare. È tempo che la nuova generazione smetta di farsi premiare per la propria carta d'identità e inizi a farsi temere per le idee che intende affermare.

Marco Rota

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