Iscriviti a OndaPop entra in classifica

Articolo

La Mano 1.9 - BLESSED: la liturgia glitch di un profeta senza chiesa

La Mano 1.9 - BLESSED: la liturgia glitch di un profeta senza chiesa

C'è una frase, nascosta nel booklet digitale di BLESSED, che funge da chiave di lettura: «La benedizione non è il premio, è il peso». La Mano 1.9 — al secolo Lorenzo Mancini, classe 1997, già artefice di due EP che avevano fatto di lui il «segreto peggio custodito» della scena sperimentale milanese — non cerca l'assoluzione. La pretende. E in quarantasette minuti di musica che rifiuta ogni comoda classificazione, costruisce una cattedrale di rumore sacro dove l'unico dogma è l'instabilità.

Musicalmente, l'album si muove su coordinate che farebbero impallidire qualsiasi A&R tradizionale. L'opener «Kyrie Glitch» apre con un campione di coro gregoriano processato attraverso un granulare synthesis che ricorda gli Experiments in Musical Intelligence di David Cope, prima di collassare in un beat trap a 140 BPM con kick distorti alla Death Grips e una linea di basso che pare rubata a un vecchio disco di Coil. La voce di Mancini — trattata, pitch-shiftata, a tratti irriconoscibile — recita più che cantare: un flusso di coscienza in italiano, latino maccheronico e slang di seconda generazione che evoca tanto la poesia sonora di Arrigo Lora Totino quanto il cloud rap di Bladee.

Il contesto storico è cruciale. BLESSED arriva a tre anni dal manifesto «Post-Club Theology» pubblicato su Rumore (marzo 2023), dove La Mano 1.9 teorizzava una «musica da ballare in ginocchio». L'album ne è la realizzazione parziale, imperfetta, umana. Brani come «Sant'Ottano» — dedicato al santo patrono dei server farm, invenzione geniale di world-building — o «Eucaristia Digitale», con il suo sample di «Amen Break» rallentato fino a diventare un drone funebre, dimostrano una coerenza concettuale rara. Ma è proprio questa coerenza a diventare, paradossalmente, il limite maggiore.

La seconda metà del disco soffre di una monotonia timbrica che nemmeno i featuring — su tutti, la comparsa spettrale di Daniela Pes in «Vangelo Secondo GPU» — riescono a spezzare. La produzione, curata dallo stesso Mancini con il fido Davide «Dade» Rossi, è tecnicamente impeccabile: ogni frequenza ha il suo posto, ogni glitch è calibrato al millisecondo. Eppure, manca l'imprevisto. Manca quella «grazia dell'errore» che rendeva «Sindrome di Stendhal» (2024) un'esperienza viscerale. BLESSED è un disco troppo ben fatto per essere un capolavoro.

Culturalmente, l'impatto è già misurabile: la copertina — un ologramma di San Carlo Borromeo che piange pixel — è diventata meme su TikTok prima ancora dell'uscita, e il tour annunciato per novembre ha sold-out le date di Milano, Bologna e Torino in ore. La Mano 1.9 ha intercettato un bisogno generazionale: quello di una spiritualità che non rinneghi la tecnologia, ma la abiti. In questo senso, BLESSED è un documento fondamentale della Italia 2026: post-cattolica, iper-connessa, disperatamente in cerca di riti.

L'eredità artistica si giocherà sulla longevità. Se BLESSED sarà ricordato come il Kid A della scena alternativa italiana o come un sofisticato esercizio di stile, lo dirà il tempo. Oggi, suona come un'opera maggiore che si accontenta di essere minore: un rito magnifico celebrato in una lingua che solo i fedeli capiscono, ma che lascia i profani — e talvolta i fedeli stessi — con la sensazione di aver assistito a una messa in una lingua morta, bellissima, ma muta.

Vota e commenta

Un solo gesto: scegli i vinili e scrivi cosa ne pensi.

Newsletter

Iscriviti e ricevi ogni settimana le recensioni, le liste e le novita direttamente nella tua casella email.