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La politica delle promesse: giovani volti, vuoto d'idee

EDITORIALE

La politica delle promesse: giovani volti, vuoto d'idee

L'ossessione per il ricambio generazionale maschera l'assenza di un progetto di società. Mentre la destra rivendica risorse come meriti propri, la sinistra tace. E i "giovani promettenti" rischiano di diventare solo la nuova guardia del nulla.

Il rito delle "giovani promesse"

Ogni stagione politica italiana ha i suoi riti propiziatori. Uno dei più consolidati è la cerimonia dei "giovani under 30 che cambieranno il paese": questa volta tocca al sindaco di San Costanzo, Carbone, e al siciliano Fabrizio Tantillo, incoronati tra i sessanta «protagonisti» dal solito giro di premi e segnalazioni. Nulla contro di loro - anzi, l'ingresso di nuove energie è vitale - ma la narrazione che li accompagna è sospetta: sembrano meno portatori di idee che simboli di una rinnovata legittimità. È la stessa logica che, dai tempi della «Primavera di Palermo» ai «giovani turchi» di ogni partito, ha prodotto più carriere che trasformazioni.

Il deserto segnalato da Montanari

Contro questo sfondo di festa, suona come un atto d'accusa la lucida analisi di Tomaso Montanari su LA7: «In Italia un deserto di politica che parli di cambiamento sociale». Lo storico dell'arte - intellettuale che non teme di sporcarsi le mani con la cosa pubblica - coglie il nodo: non mancano i volti, manca il discorso. Da decenni la politica italiana ha smesso di interrogarsi sulla struttura delle disuguaglianze, sulla precarizzazione del lavoro, sulla questione meridionale, sulla transizione ecologica come questione di classe. Si amministra l'esistente, si gestisce l'emergenza, si distribuiscono risorse. Il cambiamento sociale è diventato parola impronunciabile, sostituito da «riforme» che riformano solo se stesse.

I 41 miliardi e la retorica del merito

Emblematico, in questo senso, il titolo del Corriere della Calabria: «FdI porta 41 miliardi all'agricoltura italiana». La formula «porta» è rivelatrice: non «gestisce», non «ridistribuisce», ma «porta», come un dono elargito dal principe ai sudditi. È la retorica del merito di governo che nasconde la natura strutturale di quei fondi (per lo più europei, vincolati, frutto di negoziati decennali) e che trasforma una partita tecnica in capitale politico. È la politica come annuncio, non come progetto.

La lezione della storia: dal PCI al vuoto

Chi ha memoria lunga ricorda che un tempo - nel PCI, nella DC, nel PSI - i giovani quadri si formavano dentro scuole di partito, circoli, sezioni, confrontandosi con Gramsci, Dossetti, Lombardi. Oggi la formazione è un master in comunicazione, la gavetta è uno stage in uno staff, la selezione avviene per cooptazione mediatica. Il risultato è una classe dirigente che parla la lingua del marketing ma non sa nominare la «questione sociale». Montanari ha ragione: il deserto non è demografico, è culturale.

Chiusura: serve coraggio, non anagrafe

Non bastano i sessanta under 30, né i miliardi sbandierati, né le passerelle televisive. Serve una politica che torni a fare i conti con il reale: il costo della vita, la sanità che crolla, i salari fermi da trent'anni, i giovani che emigrano non per scelta ma per necessità. Finché il dibattito pubblico si limiterà a celebrare l'anagrafe e a rivendicare meriti altrui, il deserto non fiorirà. L'Italia non ha bisogno di nuove promesse, ma di vecchie verità dette con coraggio nuovo.

- Marco Rota

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