Ci sono artisti che attraversano le epoche musicali come fantasmi, e altri che le costruiscono mattone dopo mattino. Timothy Lee McKenzie, in arte Labrinth, appartiene alla seconda categoria. Dopo aver plasmato il suono di Euphoria e aver firmato hit planetarie per Beyoncé, The Weeknd e Sia, il musicista di Hackney torna con Ends & Begins, terzo album in studio che suona meno come una raccolta di brani e più come una colonna sonora per i titoli di coda di un'esistenza - e per quelli di apertura della successiva.
Dieci tracce, quarantadue minuti, zero featuring: una scelta coraggiosa nell'era dell'algoritmo, che premia la coerenza narrativa sull'hype. L'apertura con "The End" è un manifesto: archi cinematografici, un pianoforte che sanguina riverbero, la voce di Labrinth - ora sussurro, ora falsetto da gospel laico - che dichiara "I'm not the man I used to be". Non è retorica: è autobiografia sonora.
Musicalmente, l'album è un laboratorio di ibridazione dove il produttore esercita il suo controllo maniacale su ogni frequenza. "Never Felt So Good" fonde breakbeat jungle e cori da chiesa battista; "Kill for Your Love" trasforma un campione di Ennio Morricone in una ballata trip-hop degna dei Massive Attack; "My Love" - singolo apripista - è pop da stadio con un basso synth che ricorda i Daft Punk di Random Access Memories. La title track chiude il cerchio con un crescendo orchestrale che farebbe invidia a Jonny Greenwood.
Il contesto è cruciale: Labrinth ha passato gli ultimi anni a scrivere per altri, a nascondersi dietro le quinte di successi altrui. Ends & Begins è l'atto di riappropriazione di un artista che ha smesso di chiedere permesso. I testi - mai banali, spesso criptici - parlano di dipendenza, redenzione, paternità, fede perduta e ritrovata. "If you want to love me, you gotta love the mess too" canta in "Safe Space", sintesi perfetta di una poetica che abbraccia l'imperfezione.
Culturalmente, l'album arriva quando il pop mainstream sta riscoprendo la vulnerabilità maschile (si pensi a Sampha, James Blake, Moses Sumney). Labrinth la porta a un livello superiore: non si limita a esporre ferite, le architetta in strutture complesse che richiedono ascolti ripetuti. È un disco che non chiede like, chiede tempo.
Non tutto è perfetto: la seconda metà perde leggermente tensione drammatica, e qualche arrangiamento rischia la sovrapproduzione. Ma sono difetti di chi osa troppo, non di chi calcola.
Voto: 8.5/10
— Marco Rota
