Ci sono dischi che arrivano in punta di piedi e altri che ti citofonano alle tre di notte. «Feste di paese», il secondo album di Lazzaro uscito venerdì 25 settembre per Rizoma, appartiene alla seconda categoria. Otto tracce electro-pop che prendono il titolo da un'immagine rassicurante — la sagra, il ballo liscio, il vino nei bicchieri di plastica — per smontarla pezzo pezzo e rivelare cosa c'è sotto: la solitudine di una generazione che fa fatica a riconoscersi nello specchio.
Yuri, all'anagrafe, lo ammette senza giri di parole: «Vuoi o non vuoi scrivo sempre di momenti brutti, oppure di momenti belli già passati e unti di nostalgia. Ho sempre affrontato la scrittura come autoanalisi, quindi raramente celebrativo». E infatti in Bravo c'è una «dedica fraterna» che sa di autolesionismo emotivo, in Un bimbo il confronto impietoso con l'immagine di sé bambino, altrove storie di amore che si sgretolano, turni di lavoro che svuotano le giornate, bulimia come metafora di un'epoca che divora e non nutre.
Il filo conduttore non è tematico, è funzionale. Lazzaro chiama queste canzoni «ricordi d'emergenza»: scene del passato da usare come coperte termiche contro «la violenza di un presente divisivo e disumanizzante». Il contrasto tra l'immaginario collettivo della festa — aggregazione, leggerezza, appartenenza — e l'anomia contemporanea genera la tensione che attraversa tutto il disco. Sonorità compatte, synth che pulsano come neon in una periferia notturna, melodie che restano incastonate in testa dopo il primo ascolto.
Ma la parte più interessante non sta nei solchi. Lazzaro ha deciso che la musica non basta: organizza «raduni sociali», veri e propri presidi fisici a supporto delle realtà periferiche, quei luoghi di aggregazione collettiva che resistono all'omologazione. «La piazza non è un set per videoclip», dice. «È dove si impara a stare insieme senza algoritmo di mezzo».
Quattro anni dopo l'esordio omonimo, il cantautore toscano non ha addomesticato la propria urgenza. L'ha solo resa più lucida, più politica nel senso alto del termine. Feste di paese non è un album da mettere in sottofondo mentre si fa altro. È un invito a presentarsi, corporeamente, negli spazi che restano. E a ballare, se serve, sopra le macerie.
— Luca Bianchi
