Il concetto di memoria come architettura sonora è il cuore pulsante del folgorante esordio omonimo dei Lembrete. Un moniker che in portoghese significa letteralmente "promemoria", un appunto al margine della vita quotidiana per evitare che il tempo dissipi ciò che ci è più caro. Il duo, al momento protetto da un ponderato anonimato, sceglie la lingua madre della cantautrice — di origini brasiliane — per tracciare una mappa emotiva sospesa tra la calura malinconica della Música Popular Brasileira (MPB) e le foschie eteree di uno shoegaze minimalista e ciondolante.
La trama sonora del disco non si limita a riprodurre i classici stilemi della tradizione sudamericana, ma li decostruisce attraverso un filtro lo-fi ruvido e sfilacciato. I brani sono più simili a spettrali ricordi di canzoni che a strutture pop tradizionali: le vocali sono sussurrate, immerse in un mixaggio caliginoso che trasforma le parole in formule magiche imprecisate ma fortemente suggestive. Emergono così affascinanti affinità con il cantautorato intimo di Adrianne Lenker; si veda la toccante "eu lembro", dove incursioni d'armonica e leggere percussioni mettono in scena una solitudine composta e dolorosa.
L'ascolto procede come un viaggio ipnotico e frammentario: dalla spigolosa intimità di "outra noite" fino al minimalismo notturno di "a lua", traccia in cui il senso di tragicità bisbigliata evoca da vicino la poesia essenziale di Phil Elverum con i suoi Microphones. Il cerchio si chiude idealmente con la strumentale "miragem", perfetto compimento di un album che vive nell'illusione e nel costante gioco di specchi tra realtà e rievocazione.
In un panorama discografico spesso saturato dall'urgenza della presenzialità, l'opera prima dei Lembrete si impone con la grazia della discrezione. Un esordio di rara sensibilità, capace di trasformare la saudade in una forma di elegia contemporanea.
di Sara Bianchi
