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Handel riscritto dal tempo: Les Musiciens du Louvre e l'Alcina della maturità

Handel riscritto dal tempo: Les Musiciens du Louvre e l'Alcina della maturità

C'è un paradosso affascinante nel ritorno di Marc Minkowski e dei suoi Musiciens du Louvre su Alcina a distanza di vent'anni dalla celebre incisione Erato del 2004. L'opera che nel 1735 segnò l'apogeo del periodo magico handeliano - e l'inizio del crepuscolo del teatro d'opera italiano a Londra - torna sotto le mani di un direttore che, nel frattempo, ha attraversato il repertorio francese, mozartiano, wagneriano, per approdare a una maturità che sa di decantazione.

La prima differenza salta all'orecchio già dall'ouverture: dove la versione 2004 mordeva con attacchi netti, tempi serrati, una tensione quasi barocca nel senso romantico del termine, questa nuova lettura (registrata dal vivo alla Philharmonie de Paris nel 2023) privilegia l'elasticità, il respiro, la danza. Minkowski ha smesso di dirigere Handel come un motore a scoppio per trattarlo come un organismo vivente. Le corde, private del vibrato sistematico ma non della carne, disegnano archi melodici che sembrano provenire da un'unica voce collettiva. I legni - flauti, oboi, fagotti - non accompagnano: commentano, sussurrano, a volte piangono.

Il cast vocale riflette questa filosofia. Elsa Benoit (Alcina) non possiede lo squillo abbagliante di una Fleming o la ferinità di una DiDonato, ma costruisce il personaggio per strati: la seduttrice sicura dell'Atto I si incrina in "Ombra pallida" con una fragilità che non è manierismo, è consapevolezza. Il suo canto fiorito non è vetrina, è smascheramento. Christophe Dumaux (Ruggiero) offre un controtenore di rara pienezza nel registro grave, evitando il falsetto effeminato per una virilità ferita. La Morgana di Ana Vieira Leite brilla per agilità cristallina, ma è nel duetto "Prendi, per me sei libero" che l'ensemble raggiunge la sua vetta: due voci che si cercano, si evitano, si ritrovano in un contrappunto emotivo prima che musicale.

Storicamente, questa incisione arriva in un momento cruciale per la prassi esecutiva handeliiana. La generazione dei pionieri (Hogwood, Pinnock, Christie) ha lasciato il testimone a una seconda ondata che non deve più dimostrare l'autenticità filologica, ma può permettersi l'interpretazione. Minkowski, allievo di Harnoncourt ma formatosi anche alla scuola francese, incarna questa sintesi: rigore testuale (l'edizione critica Bärenreiter, tagli minimi, da capo ornamentati con criterio) e libertà espressiva. L'uso del clavicembalo doppio nel continuo, la scelta di archi a budello non ugualizzati, la disposizione spaziale dell'orchestra in registrazione - tutto concorre a un suono che non è "d'epoca" ma vero.

Culturalmente, l'operazione solleva una domanda: serve un'altra Alcina? Il mercato discografico ne conta oltre venti. La risposta sta nell'eredità artistica che questo disco lascia: non una pietra miliare inamovibile, ma un documento di come la musica antica, quando smette di essere archeologia, diventa specchio del presente. L'Alcina di Minkowski 2024 è un'opera sull'illusione che svanisce - tema handeliano per eccellenza - diretta da chi ha accettato che anche la propria visione artistica è destinata a mutare. C'è umiltà in questo disco, e l'umiltà, nel barocco, è la forma più alta di grandezza.

Non tutto convince: alcuni recitativi scorrono con eccessiva fretta, privando il testo della sua peso specifico; il coro, pur eccellente, manca della grana ruvida che avrebbe reso più tangibile il popolo dell'isola incantata. Ma sono nei nei di un'edizione che, nel suo insieme, ridefinisce lo standard di riferimento non per dogmatismo, per intelligenza musicale.

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