Claudia Lagona, in arte Levante, ha l'abitudine di presentarsi agli appuntamenti importanti con un bagaglio di parole pesanti. «Non mi sono più chiesta cosa sia l'amore o dove vada a finire quando finisce»: così apre il racconto del suo sesto lavoro in studio, Dell'amore il fallimento e altri passi di danza, sedici tracce che arrivano a dodici anni di distanza da Manuale distruzione, l'esordio che la impose nel panorama indie italiano con la freschezza di una cantautrice ancora acerba ma già dotata di una voce riconoscibile.
Da allora, il percorso della musicista siciliana ha assunto i contorni di una continua reinvenzione, non sempre riuscita. La parentesi come giudice a X Factor si chiuse senza particolari guizzi, mentre l'approdo alla narrativa ha restituito romanzi percepiti come esercizi di spocchia intimista, lontani dall'urgenza comunicativa delle prime canzoni. Sui social, il tentativo di vestire i panni dell'influencer ha generato uscite spesso fuori fuoco e silenzi da «matrona ferita» che hanno confuso più che fidelizzare il pubblico.
Anche le tre partecipazioni al Festival di Sanremo, sulla carta occasioni d'oro, si sono risolte in prestazioni deludenti sia sul piano artistico che su quello dei numeri. L'ultimo brano, «Sei tu», apparve come una ballata annacquata, costruita su giri melodici già sentiti e risentiti sull'Ariston, incapace di lasciare un segno. In sintesi, Levante ha faticato a capitalizzare il talento mostrato nei primi due album, scivolando in una dimensione talvolta depressa, spesso irascibile, che rischia di diventare un oblio privato poco interessante per chi ascolta in tempi già complessi.
Il precedente Opera Futura aveva confermato la sensazione di un progetto confusionario, tematicamente pesante come un'attesa dal dentista. Con questo nuovo doppio album la cantautrice ci riprova, puntando esplicitamente a risalire le classifiche. La ricetta mescola pulsazioni disco – le stesse che Annalisa ha trasformato in hit seriali negli ultimi anni – a un cantato che vorrebbe essere confessionale ma suona spesso come un diario letto ad alta voce in una stanza vuota.
La title track, scelta come apripista, sintetizza il dilemma: una base dance che strizza l'occhio alle playlist estive, un testo che vorrebbe essere profondo ma si arena in luoghi comuni sull'amore che finisce. Il resto del disco alterna momenti di piacevole leggerezza melodica a passaggi in cui la produzione patinata soffoca l'identità autoriale. Manca la grazia ruvida degli esordi, quella capacità di trasformare il personale in universale senza bisogno di spiegazioni.
Forse il vero fallimento non è l'amore, ma la difficoltà di accettare che la propria evoluzione artistica non debba per forza passare per l'omologazione alle tendenze del momento. Levante ha ancora una voce unica e una penna capace di lampi; sarebbe un peccato se continuasse a nasconderli dietro coreografie da discoteca e bilanci esistenziali che nessuno le ha chiesto.
Alessandro Neri
