C'è un momento preciso, nel terzo brano di In vago spirito, in cui la voce di Ludovica Manzo smette di essere voce. Non nel senso metaforico: letteralmente, lo spettro timbrico si frantuma in granuli, respiro, frequenze che non appartengono più all'apparato fonatorio umano. Dura forse quindici secondi. Poi tutto ricompone, ma nulla torna come prima. È la cifra di tutto l'album: un lavoro sull'orlo, sul «vago» del titolo, dove il canto si dissolve per rinascere come paesaggio.
Uscito oggi per l'etichetta berlinese Karlrecords, il disco arriva a tre anni da Strati e segna un salto netto. Manzo — classe 1988, formazione tra Conservatorio di Milano e scene improvvisative europee — ha costruito negli anni un linguaggio che ibrida extended vocal techniques, elettronica live e composizione algoritmica. Qui, però, la struttura si fa più fluida, meno «architettata». Gli otto brani nascono da sessioni di registrazione in solitudine presso il Studio Tommasi di Bologna, tra gennaio e marzo 2026, con un setup ridotto: microfoni a contatto, un laptop, un controller MIDI artigianale. Niente overdub massicci, niente correzioni. «Volevo che l'errore, l'imprevisto, restassero dentro la forma», mi ha detto in un'intervista dello scorso aprile. «La composizione non è la gabbia, è la memoria dell'improvvisazione».
«La voce non canta. La voce abita lo spazio. E lo spazio, qui, è fatto di silenzi che non sono vuoti, ma pieni di risonanze.»
Ascoltando In vago spirito in cuffia — condizione quasi obbligata, data la cura maniacale per il dettaglio spaziale — si percepisce una geografia mobile. «Soglia», l'apertura, parte da un drone quasi subliminale su cui la voce deposita frammenti testuali tratti da La coscienza di Zeno: parole scomposte, riordinate per assonanza, private di senso semantico per diventare puro suono. «Deriva» e «Corrente» esplorano il registro basso, quasi sottovoce, con un lavoro sui formanti che ricorda certe sperimentazioni di Joan La Barbara ma con una tensione più europea, più «colta» nel senso migliore. Il centro del disco, «Nucleo», è un pezzo da dieci minuti dove l'elettronica prende il sopravvento: grani di sintesi granulare, delay a nastro simulato, la voce che appare e scompare come un segnale radio disturbato. È qui che l'«arrovesciamento dei ruoli» citato nel comunicato stampa si fa tangibile: la struttura musicale non accompagna la voce, la genera.
Non tutto convince allo stesso modo. «Ritorno», la traccia di chiusura, rischia la redundanza con un loop vocale che si ripete per quasi quattro minuti senza evoluzione significativa — una scelta forse voluta, «ipnotica», ma che stona rispetto alla densità dei brani precedenti. Eppure, anche questo fa parte del discorso: l'accettazione del limite, del non-risolto. In vago spirito non cerca la perfezione formale, cerca la verità del processo.
In un panorama italiano dove la vocalità sperimentale fatica a trovare spazi istituzionali — festival a parte — Manzo si conferma una delle voci (in tutti i sensi) più radicali e coerenti. Questo album non è un punto d'arrivo. È una mappa aperta. E il viaggio, si intuisce, è appena cominciato.
