C'è una tensione palpabile, quasi fisica, che attraversa Rose Kill Prince, il nuovo lavoro di Lushe. Sei tracce, nessuna concessione, una coerenza stilistica che in Italia si fa fatica a ritrovare. Il progetto, nato dalle ceneri della scena underground milanese di fine anni Dieci, ha sempre navigato acque torbide: quelle dove il post-punk incontra la cold wave, dove la drum machine batte come un cuore artificiale e le chitarre tagliano l'aria come lame arrugginite.
L'album si apre con "Corteccia", dichiarazione d'intenti: basso pulsante, synth stratificati, la voce di Lushe — al secolo Luca Sgheiz — che emerge dal mix come un fantasma che rifiuta l'esorcismo. "Le rose uccidono il principe / non c'è trono che regga al profumo", canta in italiano, lingua che qui diventa strumento percussivo, tagliente, svincolata dalla tradizione cantautorale per abbracciare l'astrazione simbolista.
La produzione, curata da Marco Fasolo (Jennifer Gentle, The Soft Moon live), lavora per sottrazione. Ogni elemento ha il suo spazio, il suo respiro. "Vetro" e "Architettura" mostrano il lato più danzabile del disco: ritmiche motorik, arpeggiatori che richiamano i primi Clan of Xymox, ma con una sensibilità melodica tutta mediterranea, malinconica senza essere lacrimosa.
Il cuore pulsante è "Geometria", quasi sette minuti di ipnosi krautrock: una linea di basso che non molla, strati di synth che si accumulano come sedimenti, un finale che esplode in feedback controllato. È qui che Lushe rivela la sua ambizione: non replicare i padri (Cure, Cocteau Twins, CCCP), ma dialogare con loro alla pari.
Chiude "Epilogo", piano e voce nuda. Uno spiazzamento voluto: dopo quaranta minuti di elettronica glaciale, l'umanità emerge nuda, fragile. "Forse il principe non è mai esistito / forse eravamo solo rose".
Rose Kill Prince non è un disco facile. Richiede ascolti ripetuti, volume alto, buio. Ma chi accetta la sfida trovera uno dei lavori più compiuti e personali della nuova onda scura italiana. Lushe non insegue il consenso: lo ignora con stile.
