C'è una data cerchiata in rosso sul calendario della musica italiana: venerdì 9 ottobre. Quel giorno Marco Mengoni torna sulle scene con "Giornate perse", il singolo che battezza il suo nuovo progetto discografico e che, a un primo ascolto, suona come una dichiarazione d'intenti più che come una semplice ripartenza.
Non è un caso che la stampa specializzata abbia già battezzato il brano «il ritorno più atteso dell'autunno». Mengoni, del resto, ha abituato il pubblico a salti nel vuoto controllati: da "Guerriero" a "Due vite", ogni uscita ha spostato l'asticella. Questa volta, però, la posta in gioco è diversa. «Ho sentito il bisogno di guardarmi indietro per andare avanti», ha raccontato l'artista in una nota diffusa dal suo staff. «Lucio Dalla è sempre stato un faro, ma non volevo farne un tributo museale. Volevo rubargli il coraggio di mescolare generi, la capacità di far convivere il sacro e il profano in tre minuti».
Il risultato è un brano che si apre su un tappeto di synth analogici — opera di Dardust, già al lavoro su "Materia" — per poi esplodere in un ritornello che profuma di via Zamboni e notti bolognesi. La produzione, curata nei minimi dettagli, lascia spazio a una voce che non ha paura di sporcarsi, di cercare imperfezioni che suonano come verità. «Abbiamo registrato la presa diretta in studio, tutti insieme», spiega il produttore. «Niente click, niente griglie. Solo cinque musicisti che si guardano negli occhi».
Il testo, scritto a quattro mani con Davide Petrella, gioca su immagini quotidiane — «caffè freddo sul comodino», «tram che non passa più» — per raccontare quel limbo emotivo in cui il tempo sembra essersi rotto. «Sono le giornate che non torni, ma che ti porti addosso», canta Mengoni nel bridge, prima di un finale strumentale che cita esplicitamente l'arpeggio di "Caruso" rivestito di glitch elettronici.
La strategia di lancio è stata studiata al millimetro: niente interviste fiume, niente ospitate tv nella prima settimana. Solo un breve video sui social in cui l'artista appare in controluce, mentre suona il brano al pianoforte in una stanza vuota. «La musica deve parlare da sola», ha scritto nella didascalia. Una mossa che sa di sfida, in un mercato che premia l'iper-esposizione.
Intanto, i fan hanno già iniziato a decifrare gli indizi sparsi nelle stories degli ultimi mesi: la foto di un vinile di Dalla girato sul piatto, lo spartito manoscritto con correzioni a matita, la locandina di un concerto del 1979 al Teatro Comunale di Bologna. Tutto conduce a un'unica conclusione: "Giornate perse" non è solo un singolo. È la prima pagina di un romanzo che Mengoni sta scrivendo a matita, consapevole che ogni frase può essere cancellata e riscritta. Fino al 9 ottobre, però, possiamo solo attendere. E riascoltare "Come è profondo il mare" cercando di immaginare come suonerebbe oggi, con un basso synth e una drum machine.