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Margherita Vicario: «Un tripudio di pelle e di baci» è il ritorno che non ti aspetti

Margherita Vicario: «Un tripudio di pelle e di baci» è il ritorno che non ti aspetti

C’è un filo rosso che lega il cinema alla musica di Margherita Vicario: la capacità di raccontare storie senza filtri, di trasformare l’intimo in universale. Dopo il successo di Bingo e l’esperienza dietro la macchina da presa con Gloria!, l’artista romana torna con un disco che sa di rinascita. «Un tripudio di pelle e di baci» esce il 20 novembre 2026 per Island Records/Universal Music Italia, anticipato dal singolo Ho chiesto aiuto (fuori il 25 settembre) che ha già strappato la Golden Song nelle pagelle dei nuovi singoli.

Il titolo non è solo poetico: è una dichiarazione d’intenti. «Vivere a pieno, smettere di inseguire le aspettative degli altri e imparare ad ascoltarsi», spiega Vicario. Le tredici tracce si muovono in quel territorio sospeso tra ciò che si potrebbe essere e ciò che non si vuole più essere, tra pensieri che tolgono il respiro e l’urgenza di rinascere. La solitudine, tema ricorrente, non viene risolta ma abitata: cambia forma, diventa richiesta, si fa coro gospel che avvolge una voce sola nel ritornello del singolo apripista.

Ho chiesto aiuto nasce da «un dolore rimasto a lungo senza nome», racconta la cantautrice, che ne ha curato anche la regia del videoclip. L’arrangiamento, con quel coro che rimanda al gospel, anticipa il cuore dell’album: la cura passa anche dagli altri, dal contatto, dalla pelle. Non a caso l’edizione fisica prevede due vinili: lo standard e una versione numerata e autografata, già in pre-order dal 12 ottobre sullo shop Universal.

Il progetto segna un’evoluzione netta rispetto all’EP Showtime e alla colonna sonora di Gloria!. Qui i testi sono più personali, diretti, quasi diaristici, ma la scrittura mantiene quella tensione teatrale che è marchio di fabbrica di Vicario. «Non sciolgo il nodo», ammette: solitudine e bisogno degli altri convivono e si contraddicono, ed è in questa tensione che il disco trova la sua verità.

Ascoltando le anteprime, si percepisce una produzione più essenziale, che lascia spazio alla voce e alle parole, senza rinunciare a quelle aperture melodiche che hanno reso brani come Mandela o Piña colada piccoli inni generazionali. C’è elettronica, c’è acustico, c’è quel pop colto che non teme di sporcarsi le mani con la sperimentazione.

Margherita Vicario non cerca conferme, le costruisce. «Un tripudio di pelle e di baci» suona come l’opera di chi ha smesso di chiedere permesso per esistere. E se il primo passo è chiedere aiuto, il secondo è abbracciare il caos che ne deriva. Tredici volte.

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