C'è una frase di Langdon Hickman che continua a risuonare nelle cuffie di chi scrive: «L'heavy metal è una droga di quell'ordine, una che, maneggiata correttamente, apre una porta dentro di te che dice che ciò che vedi intorno a te non deve essere per forza così». Non è retorica. È la chiave di lettura per avvicinarsi a questa manciata di uscite — sette entità distinte, sette modi diversi di scavare nel buio.
Acausal Intrusion aprono le danze con Vomit Meditations, e lo fanno con un pianoforte che sa di Angelo Badalamenti più che di death metal canonico. L'effetto è lynchiano: ti ritrovi nella Loggia Nera, ogni passo su quelle piastrelle a scacchiera non ti porta alla porta ma ti avvolge più a fondo nelle tende rosse. Il riferimento a Obscura dei Gorguts è inevitabile, ma qui il caos viene domato, incanalato in una geometria spaventosa che ricorda i Mayhem dell'era 2000 trasposti in chiave death. Lovecraftiano nel nome e nella sostanza.
Più terreni ma non meno feroci i Barrow Lord, che con il loro doom-death carico di melodia funerea sembrano raccontare storie di regni sepolti sotto la nebbia. Cartilage invece non fanno prigionieri: death metal svedese old-school nella sua forma più pura, riff che tagliano come lame arrugginite e una produzione che puzza di cantina e sudore — nel senso migliore possibile.
Sul versante black metal, i Fluisteraars continuano la loro evoluzione verso territori sempre più atmosferici e post-, dove il tremolo picking diventa mantra e la voce un sussurro che arriva da un'altra dimensione. Miscreance rispondono con un black-death tecnico e dissonante, labirintico, che richiede ascolti ripetuti per svelarne la struttura nascosta.
Chiudono il cerchio gli slovacchi Pakosteň con il loro sludge corrosivo, i cechi Sněť — death metal putrido e velocissimo che non concede respiro — e gli enigmatici unknindness, progetto che sfugge a ogni categorizzazione tra noise, ambient e black metal destrutturato.
Sette dischi, sette porte. Sta a voi varcarle.
— Sara Bianchi
