Cè una coerenza quasi spietata in Égrégore, tredicesimo album in studio di Mylène Farmer a distanza di tre anni da LÉmouvante e a quasi quarantanni dal debutto. Chi si aspettava un tramonto dorato, duetti stellari o una rilettura acustica dei classici, resti deluso: la Farmer 2026 sceglie la via del monastero elettronico, consegnando un concept album sullidea di egregora — entità psichica generata da un pensiero collettivo — che suona come una messa nera in una cattedrale di server farm.
La produzione, asciutta e iper-dettagliata, privilegia i bassi sub-armonici e i transienti taglienti; i synth — prevalentemente modulari, con un uso massiccio di wavetable e FM — non fanno da tappeto ma scolpiscono lo spazio sonoro. Il missaggio lascia la voce al centro, nuda, con una compressione parallela che ne esalta i sussurri senza schiacciare le dinamiche: una scelta coraggiosa per unartista che potrebbe permettersi riverberi da arena.
«Égrégore», title-track e cuore pulsante del disco, si apre su un drone di oscillatori a bassa frequenza su cui la melodia vocale si avvolge in modo quasi gregoriano, per poi esplodere in un ritornello a tempo dimezzato dove il kick pesa come un maglio. La struttura evita il classico verse-chorus: due blocchi armonici (La minore / Fa diesis maggiore) si alternano con un bridge spoken-word che cita Baudrillard. È pop davanguardia, non per tutti.
Le due tracce con DJ Snake — «Combien pour la nuit» e «Sans amarres» — sono i momenti più «club», ma il produttore francese si mette al servizio del rito: niente drop EDM convenzionali, piuttosto pattern di hi-hat in 1/32 e bassline acid che dialogano con il controcanto di Mylène. In «Sans amarres» il featuring funziona perché Snake rinuncia al suo marchio di fabbrica per diventare un texture designer.
Più intimiste «Entendre ma voix» — piano preparato, archi sintetizzati e una linea vocale che scivola nel registro basso, zona in cui la Farmer non aveva mai osato stare così a lungo — e «Confession», costruita su un ostinato di arpeggiatore a 128 bpm che accelera impercettibilmente nei quattro minuti, simulando un battito cardiaco in affanno.
La seconda metà cala il sipario con «Dieu est mort» e «Plus décho»: la prima è un mid-tempo industriale con campioni di campane a morto processati in granulare, la seconda chiude in dissolvenza su un pad che si assottiglia fino al silenzio digitale. Nessun finale trionfale, nessun encore.
Nel canone farmeriano Égrégore sta tra Interstellaires e Désobéissance: più rigoroso del primo, meno accessibile del secondo. Piacerà a chi ama il pop come architettura sonora e accetta una voce che a 65 anni sceglie la fragilità come arma espressiva; deluderà chi cerca linno da stadio o la ballata radio-ready. È un album che richiede ascolto cuffie, buio, tempo. In cambio restituisce una coerenza artistica rara, oggi.
