C'è un momento preciso in Naza in cui l'immagine tace e la musica prende il sopravvento. Non come accompagnamento, non come commento: come protagonista. Il film di Kaveh Mazaheri, premiato nella sezione Orizzonti all'ultima Mostra di Venezia, arriva oggi nelle sale italiane portando con sé un'anima sonora che farebbe invidia a qualsiasi concept album.
La storia — una giovane donna iraniana che cerca la propria voce in un mondo che gliela nega — si sviluppa attraverso una partitura che intreccia radici persiane, elettronica minimale e silenzi carichi di tensione. La colonna sonora, firmata dal compositore iraniano Bamdad Afshar, non sottolinea le emozioni: le scolpisce. Ogni nota è un atto di resistenza, ogni pausa un respiro rubato alla censura.
Ma Naza non è solo colonna sonora. È musica diegetica che diventa narrazione: il canto tradizionale che attraversa i muri di casa, il basso distorto che pulsa nelle cuffie della protagonista, il ritmo di un tamburo che batte come un cuore in fuga. Chi ama la musica — quella vera, quella che racconta storie senza bisogno di parole — riconoscerà subito la grammatica segreta del film.
Mazaheri, del resto, viene dal mondo dei videoclip e dei documentari musicali. Si vede. Si sente. La sua regia ha il montaggio di un brano ben scritto: strofe visive, ritornelli emotivi, bridge che cambiano tonalità all'improvviso. Non a caso il film ha conquistato la giuria di Orizzonti presieduta da Jafar Panahi — e chi conosce il cinema iraniano sa quanto la musica sia stata, storicamente, forma di dissenso.
In sala, oggi, non si guarda solo un film. Si ascolta un disco per immagini. E per chi cerca nel cinema la stessa verità che cerca in una canzone, Naza è l'appuntamento da non mancare.