A distanza di anni dal loro momento di massima penetrazione commerciale, i Nickelback si riaffacciano sul mercato nel 2026 con Everything Under The Sun, pubblicato sotto l'egida di Virgin Music Group. Per il quartetto canadese non si tratta di una rivoluzione, bensì di un consolidamento rigoroso del proprio marchio di fabbrica: dodici tracce fondate su riff di chitarra rocciosi in drop tuning, sezioni ritmiche squadrate e l'inconfondibile timbro graffiato di Chad Kroeger.
Dal punto di vista della produzione e del missaggio, l'album si presenta con uno standard acustico elevatissimo, tipico del rock mainstream d'oltreoceano. La gamma delle basse frequenze è estremamente definita, con una cassa di batteria dal 'punch' secco che lavora in perfetta sintonia con il basso, evitando sovrapposizioni e impastamenti sui medi. La voce di Kroeger è posizionata nettamente in avanti nel mix, lavorata attorno alle frequenze medio-alte (2-4 kHz) per incidere con decisione sopra il muro di chitarre ritmiche sovrapposte. Tuttavia, la scelta di applicare una compressione dinamica molto spinta in fase di mastering livella l'impatto dei picchi, riducendo le sfumature tra le strofe più intime e le deflagrazioni dei ritornelli. Il risultato è un suono granitico ma privo di vera respirazione dinamica.
Analizzando la scaletta, l'apertura affidata a "Rattle the Cage" chiarisce subito le intenzioni del disco: una figura ritmica sincopata di chitarra introduce una strofa tesa che sfocia in un ritornello melodico di immediata assimilazione, costruito sulla classica progressione armonica I-V-VI-IV. Molto più efficace sul piano drammaturgico è "Bones for the Crows", brano a medio tempo dove il contrasto tra l'arpeggio di chitarra acustica nella strofa e la successiva esplosione distorta crea una variazione di tensione notevole, valorizzata da un'interpretazione vocale più cupa ed espressiva nei registri bassi. Un altro momento interessante è "Technicolor Steamboat", traccia che introduce lievi influenze southern-rock grazie all'uso di fraseggi in slide e a un groove di basso distorto leggermente più elastico rispetto al resto dell'opera.
Il songwriting dell'album segue uno schema quasi matematico (intro, strofa, bridge, ritornello anthemico, breve assolo e finale sospeso). Questa prevedibilità è sia la forza commerciale del gruppo sia il suo limite artistico principale. Il disco saprà appagare gli amanti del post-grunge moderno e chi cerca produzioni rock solide e dirette, ma lascerà del tutto indifferenti coloro che chiedono al genere evoluzione, sperimentazione o complessità armonica.
In conclusione, Everything Under The Sun è una dimostrazione di pura perizia artigianale: un album professionale, potente e privo di sbavature tecniche, ma privo di quella scintilla d'innovazione necessaria per elevarsi sopra la media della loro discografia.
