EDITORIALE / CONFINI
Oltre l'etichetta: quando il folk vietnamita insegna all'Italia a smettere di guardarsi l'ombelico
La dicotomia «musica italiana vs musica mondiale» è un relitto novecentesco. Dang Khoi e il suo «Ly Ngua O» dimostrano che la tradizione non è un museo, ma un linguaggio vivo che contamina danza, teatro e identità fluide. L'Italia, ferma alle sue classifiche, ha molto da imparare.
La categoria che ci inganna
Aprire Google News e trovare ancora la dicitura «musica italiana OR musica mondiale» fa l'effetto di sfogliare un'enciclopedia del 1998. È una tassonomia da scaffale di supermercato, non da critica culturale. Come se l'arte potesse essere divisa tra «nostra» e «altrui», come se l'identità fosse un passaporto e non un cantiere aperto. Questa biforcazione non è solo obsoleta: è attivamente dannosa, perché impedisce di vedere ciò che accade davvero ai margini, dove la musica smette di essere merce e torna a essere rito, corpo, narrazione collettiva.
Il cavallo nero che galoppa oltre i confini
Arriva dal Vietnam la lezione più lucida. Ly Ngua O - «La canzone del cavallo nero» - non è un «branino world» da playlist esotica. È un'operazione di archeologia sonora che diventa contemporaneità radicale. Dang Khoi non «porta» la musica popolare vietnamita all'estero come un souvenir: la ricontestualizza. Ne fa materia per la danza contemporanea, per il teatro fisico, per installazioni video. Il đàn bầu (monocordo vietnamita) dialoga con l'elettronica granulare; i canti delle minoranze Hmong e Tày diventano drammaturgia. È la lezione di Béla Bartók, ma con gli strumenti del post-internet: la tradizione non si preserva, si mette in crisi.
L'Italia e la sindrome del «bel canto»
Noi, intanto, cosa facciamo? Celebramo il «bel canto» come brand turistico, trasformiamo la tarantella in folklore da sagra, incensiamo i cantautori come unici depositari della «vera» poesia musicale. Dimentichiamo che la nostra tradizione orale - i canti di lavoro delle mondine, i lamenti funebri lucani, le villanelle napoletane - è stata già musica mondiale quando Alan Lomax la registrava negli anni '50. Dimentichiamo che Ennio Morricone ha scritto colonne sonore per il mondo intero usando scale modali e ritmi «etnici» prima che esistesse la categoria «world music». La nostra arroganza provinciale ci impedisce di vedere che i veri eredi di quella tensione tra radice e innovazione oggi si chiamano Dang Khoi, Tinariwen, Oumou Sangaré, o - restando in casa - i progetti di Musica dei Popoli che da decenni lavorano nell'indifferenza dei media mainstream.
Contaminazione come metodo, non come decorazione
Il punto non è «aprirsi al mondo». Il punto è capire che la musica è mondo. Quando Dang Khoi fa danzare un cavallo nero sulla scena, sta facendo ciò che faceva Stravinskij con Le Sacre du printemps: usa il rito arcaico per scuotere il presente. La contaminazione tra musica, danza, teatro, arti visive non è un «più» estetico: è l'unica via per tenere viva una tradizione. Se la rinchiudi in un museo (o in una categoria Google), muore. Se la lasci contaminare, genera mostri meravigliosi.
Smettiamola di chiederci se un artista è «italiano» o «mondiale». Chiediamoci semmai: quali confini sta abbattendo? Quali linguaggi sta ibridando? Quale rito sta reinventando? Il cavallo nero di Dang Khoi galoppa già oltre la siepe. Noi siamo ancora qui a discutere se il prato è nostro o del vicino.
- Alex Conti
