Ascoltare Bye bye patty a distanza di quasi tre decenni produce una vertigine straniante: non quella del tempo che passa, ma quella del tempo che si ferma, cristallizzato in una produzione che sa di naftalina e di studi di registrazione anni Novanta. L'operazione, sulla carta, aveva un suo fascino perverso: Nicoletta Strambelli che affida il proprio canzoniere a Vasco Rossi e Gaetano Curreri, due che il rock italiano lo hanno scritto a colpi di riff e chorus da stadio. Il risultato, però, è un ibrido che soddisfa né i puristi né i neofiti.
Musicalmente, l'album soffre di una sindrome da "rifacimento obbligato": gli arrangiamenti, curati da Curreri con la supervisione di Vasco, appesantiscono brani che vivevano di aria, di silenzi, di quell'eleganza decadente che fu il marchio di fabbrica della Pravo. La bambola perde la sua malia da chansonnier maledetta per diventare un inno da curva sud; Pazza idea si trascina dietro una sezione ritmica che più che pulsare, marcia; Pensiero stupendo - forse la vittima più eccellente - viene spogliata della sua tensione erotico-esistenziale per diventare power-ballad da FM. La voce di Patty, ça va sans dire, regge: il timbro è intatto, il vibrato controllato, l'interpretazione sempre a mezz'aria tra ironia e dolore. Ma è come vedere una diva del muto costretta a recitare in un cinepanettone: la classe c'è, il contesto la tradisce.
Il contesto storico è cruciale. Siamo nel 1997: la Pravo viene da I giorni dell'armonia (1994), un ritorno dignitoso ma commerciale tiepido. La major (Epic/Sony) spinge per un "greatest hits re-recorded" - formula allora in voga, vedi i casi di Mina o Baglioni - e Vasco, in piena fase Nessun pericolo... per te, ci mette la faccia e il marchio. L'album vende discretamente (oltre 150.000 copie), trainato dal singolo Les étangs de Champagne (inedito firmato Vasco-Curreri) e dalla title track, ma la critica stronca: "operazione nostalgia", "svendita del repertorio", "Vasco che fa Vasco sulle canzoni di Patty".
L'impatto culturale, a posteriori, è paradossale. Bye bye patty è diventato un documento involontario: ci racconta come l'industria musicale italiana dei Novanta percepisse il proprio patrimonio - come merce da rimodernare, non da preservare. E ci mostra una Patty Pravo che accetta il compromesso, forse consapevole che il suo pubblico storico l'avrebbe seguita comunque, mentre quello nuovo cercava proprio quel suono "vintage ma potente". Non a caso, i tour successivi riproporranno questi arrangiamenti, cristallizzandoli come "versione ufficiale" per una generazione che non aveva vissuto gli originali.
L'eredità artistica? Mista. L'album ha il merito di aver tenuto viva la Pravo in un decennio ostico, aprendo la strada al miracolo di Notti, guai e libertà (1998) e alla rinascita sanremese del 2019. Ma come opera a sé stante, resta un "bel disco di Vasco cantato da Patty" - definizione che, per un'artista della sua statura, sa di condanna. Gli unici momenti di grazia vera sono gli inediti: Les étangs de Champagne, con quel testo surreale alla Bernie Taupin, e la title track, dove l'addio alla propria mitologia suona autentico, non recitato.
In definitiva: Bye bye patty non è un disco brutto. È un disco inutile, nel senso più nobile e tragico del termine. Come una lettera d'amore riscritta a macchina per renderla più leggibile: le parole sono le stesse, ma l'inchiostro ha perso l'odore della pelle.
— Marco Rota
