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Porcupine Tree - In Absentia: l'apice del progressive moderno

Porcupine Tree - In Absentia: l'apice del progressive moderno

In Absentia non è semplicemente il settimo album dei Porcupine Tree: è il momento in cui la visione di Steven Wilson smette di essere una promessa per diventare canone. Pubblicato nel 2002 per Lava/Atlantic, il disco segna il passaggio definitivo dal culto underground al riconoscimento mainstream, senza però cedere di un millimetro sull'integrità artistica.

Il contesto è cruciale. Dopo Lightbulb Sun (2000), Wilson aveva prodotto Deadwing degli Opeth e collaborato con Mikael Åkerfeldt: quell'incontro lascia tracce indelebili. Le chitarre si fanno più pesanti, i riff più taglienti, la sezione ritmica — con Gavin Harrison alla batteria, reclutato proprio per questo album — acquista una precisione chirurgica, quasi matematica. Blackest Eyes, The Sound of Muzak, Strip the Soul: l'apertura del disco è una dichiarazione di guerra al progressive autoindulgente.

Eppure In Absentia respira. Trains rimane una delle ballate più devastanti mai scritte da Wilson, con quel ritornello che si apre come una ferita: "The train won't stop / The train won't stop". Lips of Ashes e Gravity Eyelids mostrano il lato più etereo, quasi ambient, mentre Wedding Nails e Prodigal intrecciano elettronica glitch e progressive classico con una naturalezza disarmante.

L'impatto culturale è misurabile non solo nelle vendite (oltre 120.000 copie solo negli USA, cifra notevole per il genere) ma nell'influenza su una generazione intera: da Haken a Leprous, da Riverside ai TesseracT, il DNA di In Absentia scorre nel progressive metal moderno. Wilson dimostrò che si potevano scrivere brani complessi, stratificati, intellettualmente onesti — eppure capaci di colpire allo stomaco al primo ascolto.

Vent'anni dopo, l'album non ha perso un grammo di urgenza. La produzione, curata da Wilson con Paul Northfield, suona ancora contemporanea: asciutta, dettagliata, priva di riverberi nostalgici. È il suono di una band al massimo della forma, consapevole di stare scrivendo la propria pietra miliare.

— Marco Rota

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