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Queens of the Stone Age - Songs For The Deaf: il deserto che brucia ancora

Queens of the Stone Age - Songs For The Deaf: il deserto che brucia ancora

Josh Homme non ha mai amato le etichette. Quando nel 2002 pubblica Songs For The Deaf, il terzo album dei Queens of the Stone Age, la stampa lo incasella nello stoner rock: riff sabbiosi, tempi dilatati, produzione analogica. Ma Homme, con la complicità di Nick Oliveri e di un Dave Grohl in stato di grazia dietro le pelli, confeziona qualcosa che trascende il genere.

Il concept è semplice e geniale: un viaggio radiofonico da Los Angeles al deserto del Mojave, con stazioni che sintonizzano e perdono il segnale. Gli interludi — The Real Song for the Deaf, Song for the Dead — non sono riempitivi: sono collante narrativo, statica che diventa musica.

Musicalmente, l'album è una lezione di dinamiche. No One Knows apre con quel riff circolare, ipnotico, che Grohl spinge con una cassa dritta da discoteca sporca. Go With the Flow rivela l'anima pop nascosta sotto la coltre di fuzz: un ritornello che Brian Wilson avrebbe firmato, se fosse cresciuto a Palm Desert. First It Giveth e Do It Again mostrano la chimica Homme-Oliveri: due voci, due bassi (Homme suona il basso su metà disco), un'unica intenzione.

La produzione di Eric Valentine cattura il suono "live in a room" senza perdere definizione. Le chitarre sono spesse ma articolate, la batteria di Grohl suona come una frana controllata. È rock che suona costoso senza essere levigato.

L'impatto culturale è stato immediato e duraturo. Songs For The Deaf ha portato il suono del deserto californiano nelle classifiche mainstream (top 20 in UK, disco d'oro USA) senza snaturarsi. Ha influenzato una generazione di band — dai The White Stripes agli Arctic Monkeys — dimostrando che pesantezza e melodia non sono mutuamente esclusive.

Ventidue anni dopo, il disco non ha una ruga. Suona urgente, pericoloso, sexy. È il suono di una band al picco delle proprie forze, consapevole che il deserto non perdona ma regala i tramonti più belli.

— Marco Rota

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