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Radiohead, 'Kid A Mnesia': l'archivio che riscrive la storia di due capolavori gemelli

Radiohead, 'Kid A Mnesia': l'archivio che riscrive la storia di due capolavori gemelli

Quando nel 2000 i Radiohead pubblicarono Kid A, la critica si divise tra chi gridava al tradimento e chi intravedeva il futuro. Un anno dopo, Amnesiac arrivò come un gemello diverso, nato dalle stesse sessioni ma con un'anima più notturna, jazzata, frammentaria. Oggi Kid A Mnesia — triplo vinile, triplo CD, libro d'arte da 112 pagine e una cassetta bonus — non è solo un'operazione commerciale per il ventennale: è l'atto di archeologia sonora che i due album meritavano.

Il cuore pulsante sta nei Kid Amnesiae, terza sezione del cofanetto: 59 minuti di outtake, versioni alternative, sketch di studio e il leggendario "If You Say the Word", brano che i fan inseguivano dai tempi dei bootleg Napster. Ascoltare Morning Bell/Amnesiac nella sua versione Kid A — più scheletrica, con quel pianoforte che sembra cadere scale infinite — rivela quanto Thom Yorke e Nigel Godrich cesellassero ogni frequenza. C'è poi "Follow Me Around", eseguita dal vivo nel 2000 e mai incisa: un folk spettrale che anticipa A Moon Shaped Pool di sedici anni.

Il libro, curato da Stanley Donwood e Tchock, trasforma l'ascolto in esperienza tattile: schizzi originali, appunti a margine, email stampate tra band e management. Si legge la tensione di un gruppo che, dopo OK Computer, poteva replicare la formula e scelse invece di smontarla pezzo per pezzo: niente chitarre in primo piano, synth modulari, batteria programmata, voce processata fino a diventare strumento tra gli strumenti.

L'impatto culturale? Misurabile nel DNA di generazioni successive: da Bon Iver a James Blake, da The 1975 a Björk (che li definì "i Beatles della nostra epoca"). Kid A Mnesia non celebra un passato mitologico; restituisce il presente di un momento in cui cinque musicisti di Oxford smisero di suonare rock per iniziare a scolpire suono.

Voto: 9.5/10

— Marco Rota

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