Iscriviti a OndaPop entra in classifica

Articolo

OK Computer: l'apocalisse digitale secondo i Radiohead, venticinque anni dopo

OK Computer: l'apocalisse digitale secondo i Radiohead, venticinque anni dopo

C'è un momento preciso, nel cuore di OK Computer, in cui il futuro smette di essere una promessa e diventa una minaccia. Accade in "Paranoid Android", quando la voce di Thom Yorke si spezza su quell'accordo di Mi bemolle maggiore — una ferita aperta nel tessuto sonoro — e il brano implode in un caos di chitarre distorte e archi dissonanti. È il suono di una generazione che realizza, all'improvviso, di aver costruito la propria prigione con le proprie mani.

Quando l'album esce il 21 maggio 1997, i Radiohead sono ancora «quelli di Creep», reduci dal tour estenuante di The Bends e in fuga da un'etichetta che vorrebbe un altro singolo radiofonico. Invece consegnano a Parlophone un'opera che rifiuta ogni compromesso: sessantasei minuti di rock articolato, elettroniche nascenti, orchestrazioni da colonna sonora di un film che non esiste. Nigel Godrich, al suo esordio come co-produttore, plasma un suono che è insieme clinico e viscerale, freddo nella produzione ma rovente nell'intenzione.

Il contesto storico è cruciale. Siamo nell'alba dell'era digitale: internet entra nelle case, i telefoni cellulari diventano accessori indispensabili, la globalizzazione accelera i ritmi del lavoro e della vita. Yorke intercetta l'ansia di questo passaggio con una lucidità profetica. "Fitter Happier" — con la sua voce sintetizzata che elenca i sintomi della vita moderna («exercising regularly», «eating well», «no longer afraid of the dark») — è un manifesto dell'alienazione neoliberista, un elenco di prestazioni che sostituiscono l'essere. "No Surprises" avvolge la resa in una ninnananna di glockenspiel e chitarra acustica: «a heart that's full up like a landfill», un cuore discarica che non sa più provare meraviglia.

Musicalmente, OK Computer è un laboratorio di idee che il rock mainstream non aveva ancora osato mettere insieme. Le chitarre di Jonny Greenwood e Ed O'Brien non si limitano a riff e accordi: diventano texture, rumore bianco, feedback controllato. La sezione ritmica di Colin Greenwood e Phil Selway oscilla tra il motorik krautrock ("Airbag") e il trip-hop bristoliano ("Climbing Up the Walls"). Gli archi, arrangiati da Jonny con riferimenti a Penderecki e Messiaen, elevano brani come "Exit Music (For a Film)" a una dimensione quasi liturgica.

L'impatto culturale è impossibile da sovrastimare. Senza OK Computer non esisterebbero Kid A, In Rainbows, né gran parte del post-rock e dell'elettronica sperimentale degli anni Duemila. Band come Muse, Coldplay, Arcade Fire, Everything Everything hanno costruito carriere intere sull'eredità di questo disco. Ma la sua vera vittoria è aver reso l'inafferrabile — l'ansia di vivere in un mondo che ci sorveglia, ci categorizza, ci riduce a dati — in qualcosa che si può cantare a squarciagola in uno stadio.

Venticinque anni dopo, OK Computer non suona datato. Suona urgente. In un'epoca di algoritmi predittivi, sorveglianza biometrica, burnout endemico, le sue parole leggono come cronaca, non profezia. «I'll stay here with you / We'll make it through» sussurra Yorke in "Let Down", mentre gli arpeggi cascanti delle chitarre disegnano una redenzione possibile, fragile, umana. È l'unico antidoto che il disco offre: la connessione, l'intimità, il rifiuto di diventare «fitter, happier, more productive».

Ascoltarlo oggi, nella riedizione OKNOTOK con i brani inediti («I Promise», «Man of War», «Lift»), significa toccare con mano la grandezza di un'opera che ha saputo essere specchio del suo tempo e bussola per quelli a venire. Non è nostalgia. È necessità.

Vota e commenta

Un solo gesto: scegli i vinili e scrivi cosa ne pensi.

Newsletter

Iscriviti e ricevi ogni settimana le recensioni, le liste e le novita direttamente nella tua casella email.