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OK Computer: vent'anni di riedizioni per il manifesto del disagio moderno

OK Computer: vent'anni di riedizioni per il manifesto del disagio moderno

Quando OK Computer uscì il 16 giugno 1997, i Radiohead non erano ancora la band che avrebbe ridefinito i confini del rock alternativo. Erano i ragazzi di "Creep", reduci da The Bends, un album bellissimo ma ancora ancorato a dinamiche britpop. Quello che arrivò nei negozi fu un oggetto non identificato: dodici tracce che suonavano come una profezia, un manifesto del disagio moderno scritto prima che il moderno esistesse davvero.

La storia delle riedizioni di OK Computer è, in fondo, la storia di come il mondo abbia imparato a mettersi al passo con quella profezia. La prima riedizione significativa arrivò undici anni dopo: la Collector's Edition del 2008, doppio CD che accostava al remaster dell'album originale (curato da Bob Ludwig) una selezione di B-side dell'epoca. Pearly*, *Meeting in the Aisle*, *Melatonin*, *A Reminder*: brani che non erano semplici scarti, ma finestre su un processo creativo febbrile. Il remaster, per quanto tecnicamente impeccabile, divideva i puristi: qualcuno vi sentiva una compressione eccessiva, un guadagno in volume a discapito della dinamica che rendeva Exit Music (For a Film) o The Tourist così devastanti.

Bisognò attendere il ventennale, il 2017, per l'operazione definitiva. OKNOTOK 1997 2017 non era una semplice riedizione anniversario: era un atto archeologico. Tre CD (o quattro vinili, in cofanetto rigido con artwork rivisto da Stanley Donwood) che restituivano l'album in un nuovo remaster — questa volta affidato a Bob Ludwig su supervisione diretta della band, più fedele alle dinamiche originali — affiancato da un secondo disco di B-side e, soprattutto, da un terzo disco contenente tre inediti assoluti: I Promise, Man of War e Lift.

La genesi di quei brani racconta molto della lavorazione dell'album. Lift, in particolare, era stata suonata dal vivo nel '96 e considerata una potenziale hit singolo; la versione in studio, rimasta nel cassetto per vent'anni, rivela un'arrangiamento più espanso, quasi britpop, che la band scartò proprio perché troppo accessibile, troppo poco "Radiohead". Man of War portava con sé l'ombra di un possibile tema per James Bond (mai realizzato), mentre I Promise — con quel suo arpeggio acustico e il ritornello che è una preghiera laica — suonava come il ponte mancante tra The Bends e OK Computer.

L'impatto culturale di queste riedizioni va oltre il collezionismo. Il cofanetto 2017 includeva un libretto di 48 pagine con appunti, testi manoscritti, polaroid del tour: materiali che trasformavano l'ascolto in esperienza museale. La scelta di pubblicare anche una cassetta demo (nel 2019, all'interno di un'edizione speciale) parlava di un rapporto col feticcio fisico che i Radiohead hanno sempre coltivato, controcorrente nell'era dello streaming.

Oggi, a quasi trent'anni dall'uscita, OK Computer vive in una stratificazione di versioni: lo streaming offre il remaster 2017 come versione "ufficiale", i vinili originali '97 (Parlophone, matrice A1/B1) valgono cifre da collezionismo serio, il CD 2008 si trova a pochi euro nei mercatini. Ogni formato racconta una verità parziale. La lezione, forse, è che un album così denso non smette mai di essere riascoltato, riletto, reimmaginato. Le riedizioni non sono operazioni commerciali: sono atti di cura verso un'opera che ha anticipato la nostra ansia collettiva, la nostra dipendenza dagli schermi, la nostra solitudine connessa. E che, ogni volta che la si riapre, trova il modo di suonare ancora attuale.

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