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Raoul Bova e la colonna sonora dell'anima: perché "Tutto l'amore che resta" suona diverso

C'è un momento preciso in "Tutto l'amore che resta" in cui la telecamera si sofferma su un vinile che gira, la polvere che danza nel controluce, l'ago che accarezza il solco. Non è semplice scenografia: è una dichiarazione d'intenti. La nuova serie Sky, prodotta da Luca Bernabei per Lux Vide e diretta da Stefano Alleva, arriva con il peso di un cast importante — Raoul Bova, ma anche Elena Radonicich, Francesco Arca, Antonia Liskova — e una premessa che sa di classico: un padre vedovo, quattro figli da ricomporre, una casa che odora di passato.

Ma chi ama la musica, quella vera, quella che si infila nelle pieghe della narrazione, troverà qui un alleato inaspettato. La colonna sonora, firmata da Andrea Farri — già al lavoro su "Il commissario Montalbano" e "La porta rossa" — non si limita a sottolineare: respira con i personaggi. Temi pianistici minimali che si gonfiano d'archi nei momenti di rottura, silenzi calibrati come pause musicali, canzoni diegetiche che i protagonisti ascoltano davvero, non solo sentono. C'è persino un episodio in cui una vecchia cassetta dei Cure diventa chiave di lettura per un rapporto padre-figlia.

Bova, del resto, ha sempre avuto un rapporto viscerale con il suono: dai videoclip degli anni Novanta alle colonne sonore dei suoi film («Ultimo», «La finestra di fronte»), passando per quella passione per il jazz che coltiva lontano dai set. Qui interpreta Marco, un uomo che ha smesso di suonare il pianoforte dopo la perdita della moglie. La sua rieducazione emotiva passa attraverso le dita che tornano a sfiorare i tasti: metafora fin troppo esplicita? Forse. Ma funziona perché la regia non indugia, lascia che la musica parli al posto dei dialoghi.

Il vero colpo di genio, però, sta nel casting dei figli: giovani attori che portano con sé background musicali reali. Chi suona la chitarra, chi studia canto, chi scrive pezzi trap nella cantina di casa. La serie li lascia esibire in scene non didascaliche, quasi documentaristiche: prove in salotto, litigi sugli accordi, il rumore di un amplificatore che fischia. È lì che "Tutto l'amore che resta" smette di essere fiction e diventa ritratto di una generazione che elabora il lutto a colpi di playlist e demo registrate male.

Non aspettatevi un musical, né una biopic. È un family drama che usa la musica come linguaggio segreto, come collante invisibile tra chi non sa più dirsi "ti voglio bene". In un panorama seriale italiano spesso sordo alle sfumature sonore, questa scelta — coraggiosa, mai urlata — merita attenzione. Perché a volte l'amore che resta non si dice: si suona.

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