C'è una regola non scritta nel giornalismo musicale italiano: non si giudica un Festival di Sanremo prima di averne visto almeno una serata. Ma le regole, si sa, sono fatte per essere infrante — soprattutto quando il toto-conduttore parte con quindici mesi d'anticipo.
La notizia, o meglio il rumor che ha la consistenza della notizia, rimbalza dai corridoi di Viale Mazzini: Stefano De Martino sarebbe il nome caldo per l'edizione 2027. L'ex ballerino di Amici, conduttore di Stasera tutto è possibile e volto ormai familiare del prime time Rai, raccoglierebbe l'eredità pesantissima di Amadeus. Cinque edizioni, record d'ascolto, il Festival trasformato in macchina da guerra pop. Un'eredità che somiglia più a una condanna a morte che a un passaggio di testimone.
Il titolo di questo pezzo ruba un'espressione francese: tirer sur le pianiste. Sparare sul pianista. Cioè colpire chi esegue, non chi compone. Chi sta sul palco, non chi decide cosa metterci sopra. Eppure, nel caso Sanremo, il pianista è il compositore: il conduttore-direttore artistico plasma l'identità del Festival, ne disegna i confini, ne decide la temperatura culturale.
De Martino ha 35 anni, una carriera costruita sul corpo prima che sulla parola, una popolarità trasversale che va dalla nonna che lo guarda su Rai 1 alla nipote che lo segue su TikTok. È mainstream nel senso più letterale: sta nel mezzo, piace a tutti, non scontenta nessuno. Ed è proprio questo il problema.
Sanremo, negli ultimi anni, ha vinto perché ha osato. Ha portato la trap all'Ariston, ha sdoganato il linguaggio queer, ha trasformato il Festival in uno specchio — deformante, certo, ma pur sempre uno specchio — dell'Italia reale. Amadeus ha capito che il Festival non è un museo della canzone italiana, ma un'arena dove si combatte la battaglia della rilevanza culturale.
De Martino ha il carisma per reggere quell'arena? La sua conduzione è fatta di leggerezza, ironia autoironica, una certa grazia nel non prendersi mai troppo sul serio. Funziona nell'intrattenimento puro, nel varietà old school aggiornato ai ritmi social. Ma Sanremo richiede altro: richiede visione. Richiede il coraggio di sbagliare in grande, di scommettere su un brano che la metà del pubblico fischierà, di difendere un artista che il mercato non ha ancora capito.
C'è un precedente che dovrebbe far riflettere: quando Fabio Fazio lasciò dopo l'edizione 2014, la Rai scelse Carlo Conti. Scelta sicura, rassicurante, «istituzionale». Ne uscirono tre Festival ordinati, eleganti, e sostanzialmente dimenticabili. Ci volle il ritorno di Fazio nel 2017, e poi la rivoluzione Amadeus, per ridare senso a quella settimana di febbraio.
Non è detto che De Martino non possa sorprendere. Ha intelligenza televisiva, tempi comici, una squadra autorale che potrebbe costruirgli addosso un Festival diverso — più leggero, più «show», meno ossessionato dalla classifica Spotify. Ma la sensazione, oggi, è che si stia scegliendo la sicurezza mascherata da novità. Un volto nuovo, sì, ma un profilo vecchio: quello del conduttore che non disturba, che accompagna, che «fa la serata».
Il pianista, insomma, rischia di essere già nel mirino prima di essersi seduto allo sgabello. E se la storia di Sanremo insegna qualcosa, è che il Festival non perdona chi ci arriva per «non sfigurare». Si vince solo se si ha il coraggio di far saltare il banco.
Manca un anno e mezzo. Tutto può cambiare. Ma il primo colpo, quello di scegliere chi spara, è già stato sparato.
