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So La Lune - Offshore Omega: l'eclissi del post-tutto

So La Lune - Offshore Omega: l'eclissi del post-tutto

C'è un momento preciso, al minuto 4'12" di Thalassocracy, in cui So La Lune smette di essere un gruppo e diventa una tesi di dottorato. Il basso di Clément Vasseur si fa lato B di un vinile mai stampato, la batteria di Léa Moreau campiona il respiro di un sommozzatore in apnea, e la chitarra di Arnaud — sempre Arnaud — si scioglie in un feedback che sa di ruggine e ozono. È il cuore pulsante di Offshore Omega, quarto album in sei anni per il collettivo nato tra Lille e Bruxelles, ed è anche il suo tallone d'Achille.

Perché Offshore Omega è un disco che vuole essere tutto: Krautrock da camera, drone liturgico, field recording politicizzato, colonna sonora per piattaforme petrolifere abbandonate. E in gran parte ci riesce. La title track apre con undici minuti di slow-build che farebbero arrossire i Godspeed You! Black Emperor della prima ora: archi processati fino a sembrare sirene nebbiogene, un pianoforte preparato che gocciola come condensa su tubature d'acciaio, una voce — quella di Sœur Marie, ospite ricorrente — che recita coordinate GPS in francese arcaico e creolo haitiano. È magnifico, terrificante, eccessivo.

Il problema arriva quando l'ambizione si fa enciclopedia. Benthic Zone e Abyssal Plain — due brani consecutivi, ventitré minuti complessivi — ripercorrono territori che il gruppo aveva già mappato in Pelagic (2022) e Hadal (2024). La formula crescendo → climax → dissolvenza inizia a mostrare la corda, e persino la produzione di Randall Dunn (Sunn O))), Earth, Marissa Nadler) non riesce a mascherare una certa stanchezza compositiva. Si ha l'impressione che So La Lune abbia esaurito il lessico del proprio linguaggio e stia ora riciclando sintassi.

Eppure, quando il disco funziona, funziona da dio. Mare Nostrum — featuring un inatteso Moor Mother al spoken word — trasforma il Mediterraneo in una ferita aperta, stratificando canti di pescatori tunisini, radiofari NATO e un riff di chitarra che cita "The Lark Ascending" di Vaughan Williams per poi seppellirlo sotto strati di bitcrusher. È politica sonora di alto livello, il tipo che il post-rock europeo ha smesso di fare dai tempi di The Rescue degli Explosions in the Sky. E la chiusura, Omega Point, con il suo organo a canne registrato nella cattedrale di Notre-Dame prima dell'incendio, è un colpo al cuore che giustifica da solo il prezzo del biglietto.

Storicamente, Offshore Omega segna il punto in cui So La Lune smette di essere "la risposta europea a Swans / GY!BE" e diventa un'entità a sé stante — per merito e per colpa. L'eredità artistica è duplice: da un lato, aver portato la blue humanities accademica dentro i festival indie (Primavera, Le Guess Who?, Club to Club); dall'altro, aver creato un suono così riconoscibile da diventare gabbia. Il rischio, ora, è l'autoparodia.

Un disco necessario, imperfetto, a tratti sublime. Ascoltatelo al buio, con cuffie decenti, e possibilmente vicino a un grande specchio d'acqua. Ma non pretendete che vi cambi la vita: vi cambierà solo la serata.

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