Intitolare il proprio album d'esordio the greatest album of all time è un atto di sfida che richiede coerenza interna, non solo provocazione. Sophia Stel, progetto che fin qui aveva vissuto di singoli sparsi e collaborazioni nell'underground elettronico italiano, usa quel titolo come cornice concettuale: dodici brani che smontano la forma-canzone pop per ricostruirla su coordinate instabili, tra hyperpop da camera, glitch R&B e una scrittura che privilegia l'ellissi al ritornello.
La produzione — asciutta, quasi clinica nel missaggio — lascia spazio vuoto attorno a ogni elemento: kick compressi che suonano come colpi di tosse, bassi sub che vibrano più che suonare, synth alti tagliati da filtri a risonanza stretta. In "Molly In The Club" la dinamica è tutta nel contrasto: strofe sussurrate su un beat 2-step scheletrico, poi un drop che non esplode ma implode, con arpeggiatori che si inceppano su se stessi. La voce di Stel, trattata come strumento tra i tanti, passa da falsetto fragilissimo a spoken-word secco senza preavviso, e il ritornello — se così si può chiamare — è una melodia di tre note che non risolve mai.
"Like A Kite" sposta il baricentro verso territori più armonici: progressione in Mi maggiore con nona aggiunta, chitarra acustica campionata e pitchata giù di un'ottava, batteria live (o simulata con cura maniacale) che accenna a un groove jazz. Il testo frammentato — "stringhe / vento / mani che non stringono" — galleggia su una struttura A-B-A' dove l'ultima sezione aggiunge un controcanto di voci pitch-shiftate, creando un effetto coro liturgico distorto. È il momento più "canzone" del disco, e proprio per questo spiazza.
La seconda metà accelera verso il nichilismo danzereccio. "Bitches Talk Shit" è un esercizio di minimalismo trap-industrial: hi-hat a 1/32, 808 distorto, un sample vocale loopato ("talk talk talk") che funge da gancio ipnotico. Niente bridge, niente chorus tradizionale: solo accumulo e sottrazione. "Power" chiude con un crescendo di sei minuti su accordi di pianoforte preparato e field recording di pioggia, la voce che si fa sempre più indietro nel mix fino a scomparire. Titolo e durata suggeriscono un'ironia consapevole: il "potere" qui è nell'erosione.
Coerenza della scaletta: alta. Ogni traccia sembra rispondere alla precedente per negazione o amplificazione. Il difetto sta nella monotonia timbrica: la tavolozza sintetica resta ristretta (preset Serum, poco outboard), e dopo "15 Hours Away" — ballata piano-voce onesta ma derivativa — l'ascoltatore avverte la mancanza di una svolta sonora reale. Stel scrive bene per frammenti, meno per architetture lunghe.
Riferimenti: Arca prima maniera, early Sophie, la scrittura melodica di Caroline Polachek privata della sua levigatezza. Piace a chi cerca pop che si fa fatica a digerire; respinge chi cerca hook immediati o catarsi emotiva classica. Nella discografia dell'artista è un salto notevole dai singoli precedenti — più compiuto, più arrogante.
Voto: 6.5/10. Un disco intelligente, a tratti affascinante nella sua testardaggine, ma che confonde l'austerità formale con la profondità. Manca il brano che giustifichi il titolo — e forse è proprio quello il punto.
