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Storefront Church - "Blue Movie": il cinema interiore di Lukas Frank tra noir liturgico e disincanto californiano

Storefront Church - "Blue Movie": il cinema interiore di Lukas Frank tra noir liturgico e disincanto californiano

C'è una tensione cinematografica, quasi diegetica, che attraversa Blue Movie, terzo full-length di Storefront Church - alias Lukas Frank - in uscita il 25 settembre 2026. Il titolo stesso evoca la stagione d'oro del porno d'autore newyorchese, ma il riferimento è metaforico: Frank espone l'intimità come materia grezza, la mette in scena senza voyeurismo, con la fredda precisione di un regista che sa che ogni inquadratura è anche un'autopsia.

Dodici tracce, quarantatré minuti circa, registrate tra Los Angeles e una chiesa sconsacrata dell'Oregon - da qui il moniker del progetto - che funzionano come sequenze di un unico lungo piano sequenza. L'apertura "Sydney Sweeney" non è un omaggio all'attrice ma un ritratto generazionale: arpeggi di chitarra riverberati, batteria spazzolata, la voce di Frank che sussurra «we're all just extras in someone else's dream». Il tono è quello di un noir liturgico, dove il sacro - cori d'organo, riverberi da navata - convive con il profano di testi che scandagliano debiti studenteschi ("Pictures of Her Debit Card"), violenza domestica latente ("Tendency for Violence"), fuga geografica ed esistenziale ("Heaven or Los Angeles", "Witness Protection").

Musicalmente, l'album allarga la tavolozza del precedente As We Pass (2023). C'è più elettronica granulare - i synth di "Fatal Attraction" pulsano come neon difettosi - ma anche folk spettrale ("Seafood Shanty", con il suo andamento da sea shanty decostruito) e momenti di piano-voice nudi ("Wilhemina") che richiamano Scott Walker tardivo. La produzione, curata da Frank con Gabe Wax (War on Drugs, Adrianne Lenker), privilegia la spazialità: ogni strumento respira in un alone proprio, creando una tridimensionalità che premia l'ascolto in cuffia.

Il cuore pulsante è la title-track implicita: "Alive Again", posta al nono posto, dove un groove motorik alla Can incontra archi dissonanti e un ritornello che si rifiuta di risolversi. È il momento in cui l'album dichiara la sua tesi: la redenzione non è un evento ma un processo frammentario, rumoroso, spesso ridicolo. "Nosebleed" e "Brown Out" chiudono il cerchio con due instrumentalismi - il primo industriale, il secondo ambient-drone - che lasciano lo spettatore nel buio della sala, dopo i titoli di coda.

Storefront Church si colloca così in quella linea di songwriter americani - da Mark Kozelek a Damien Jurado, fino a Kevin Morby - che trattano la canzone come forma narrativa autonoma, capace di reggere il peso di un'intera cosmologia personale. Blue Movie non è un album facile: richiede pazienza, riascolti, la disponibilità a perdersi nei suoi corridoi bui. Ma proprio per questo resta, come i film che evoca il titolo, a lungo dopo l'ultima nota.

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