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Teatri senza frontiere: quando il palcoscenico gambiano incontra la musica

C'è un filo invisibile che lega le strade di Banjul ai palcoscenici europei, ed è fatto di ritmo, voce e corpi in movimento. Teatri senza frontiere — la rete internazionale che da anni porta il teatro nei luoghi dove il palcoscenico non esiste — ha appena inaugurato la prima scuola di teatro del Gambia, un progetto che sa di rivoluzione silenziosa.

Non è solo didattica. È la nascita di un linguaggio. In un paese dove la tradizione orale dei griot — cantastorie, musicisti, custodi della memoria — è ancora viva, il teatro non arriva come corpo estraneo. Arriva come evoluzione naturale. Gli allievi della nuova scuola non imparano solo a recitare: imparano a intrecciare parola e musica, gesto e percussione, in quel modo ibrido che l'Africa occidentale conosce da secoli.

Gli spettacoli messi in scena in queste settimane — tra cortili, mercati e spazi aperti — lo dimostrano. Non c'è quarta parete che regga: il pubblico entra nella scena, risponde, canta, batte le mani. Le colonne sonore non sono registrate: sono eseguite dal vivo da musicisti locali, kora e balafon che dialogano con chitarre elettriche e loop station portati dai cooperanti italiani. È world music nel senso più letterale: musica del mondo che si fa drammaturgia.

Tra i protagonisti spiccano nomi che agli appassionati di suoni globali dicono qualcosa. Come Jaliba Kuyateh, «re del kora», che ha prestato la sua arte a una rilettura di Amleto in lingua mandinka, o la cantante Sona Jobarteh, prima donna griot a suonare la kora in pubblico, coinvolta come consulente musicale per un adattamento de Lisistrata ambientato in un villaggio della valle del fiume Gambia.

Il progetto, sostenuto da fondi europei e partner italiani tra cui l'Università di Bologna e alcune compagnie under 35, prevede anche residenze artistiche bidirezionali: attori gambiani in Italia, registi italiani in Gambia. Non cooperazione, ma co-creazione.

In un'epoca in cui la musica africana conquista le classifiche globali — da Burna Boy a Rema, da Tems a Ayra Starr — il teatro gambiano rivendica il suo spazio. Non come folklore, ma come contemporaneità. La scuola di Banjul è solo l'inizio. Ma già ora, chi ascolta quelle prove aperte sente qualcosa di familiare: il groove che muove il mondo.

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