C'è un momento preciso, nel primo episodio di Figlia della cenere, in cui la musica smette di fare da tappezzeria e diventa personaggio. Teresa Battaglia — Elena Sofia Ricci, sguardo che ha visto troppo, mani che tremano per il Parkinson — sale in auto mentre le Dolomiti si chiudono alle sue spalle. Parte un basso profondo, sintetico, quasi un respiro elettronico. Nessun tema orchestrale da fiction generalista: qui si fa sul serio.
La colonna sonora, firmata da Michele Braga (già al lavoro su Suburra e Il primo re), è il vero co-protagonista invisibile della stagione. Braga mescola field recording alpini — vento tra i larici, ghiaccio che scricchiola, campane lontane — con synth analogici che sembrano usciti da una colonna sonora di John Carpenter. Il risultato è un folk-noir che non strizzà l'occhio al nordic, ne riscrive le coordinate: meno minimalismo scandinavo, più tensione mediterranea.
E non è solo atmosfera. La musica segna i tempi dell'indagine: ogni indizio trovato ha il suo stacco sonoro, ogni flashback della Teresa bambina — interpretata da una sorprendente Beatrice Fiorentini — galleggia su un tema di pianoforte preparato che sa di memoria offesa. Quando il caso tocca il mondo della musica popolare trentina — un coro di montagna, una fisarmonica che suona La montanara in una chiave minore che fa gelare il sangue — la serie rivela la sua anima: il crime come scavo antropologico, la colonna sonora come archeologia emotiva.
C'è anche un cameo che farà drizzare le antenne agli appassionati: Davide Toffolo, voce e penna dei Tre Allegri Ragazzi Morti, appare in due puntate nei panni di un archivista sonoro ossessionato dai nastri magnetici. La sua scena nel buio di una stanza piena di bobine, mentre spiega a Teresa che "il suono è l'unica cosa che non mente", è già cult. Toffolo ha anche curato la selezione dei brani diegetici: da Canzone per l'estate dei CCCP a un inedito di Maria Antonietta che accompagna i titoli di coda dell'episodio 4.
Figlia della cenere non è solo l'ennesimo poliziesco con protagonista femminile forte (anche se Ricci, va detto, mangia lo schermo). È un oggetto ibrido: letteratura di genere — il romanzo di Ilaria Tuti è solo il trampolino — televisione d'autore, e adesso, a tutti gli effetti, esperienza sonora. Chi ama la musica per come racconta i luoghi, non solo per come riempie i silenzi, qui trova pane per i denti. E per le orecchie.
La stagione completa è su RaiPlay. Consiglio: cuffie buone. Il basso di Braga merita rispetto.