C'è un momento, verso la metà di No Bad Memories, in cui ti chiedi se i The Avalanches stiano prendendo in giro l'ascoltatore o se, semplicemente, abbiano smesso di curarsi delle regole. La risposta, probabilmente, sta nel mezzo. Il quarto album del collettivo di Melbourne non è un disco: è un'esperienza sensoriale borderline, 52 minuti compressi in 31 tracce che scorrono come un feed TikTok curato da un archivista ossessivo con la febbre alta.
Il concept - la pubblicità, il branding, la nostalgia come merce di scambio - è dichiarato fin dall'apertura. Frammenti di spot d'epoca, il ronzio di un hard drive, il click di un mouse, la suoneria Nokia che su Together diventa base per un ibrido garage-hyperpop: tutto concorre a costruire un paesaggio sonoro dove il confine tra citazione colta e meme sonoro si dissolve. È operazione intellettualmente onesta' Forse. È ascoltabile tutto d'un fiato' Assolutamente no.
La lista degli ospiti sembra il cast di un festival impossibile: Suzanne Ciani (pioniera del sintetizzatore Buchla), Karen O, Panda Bear, Jamie xx, Barry Can't Swim, Mike Patton in versione voce narrante, persino Carly Simon in una rara apparizione. A cui si aggiungono decine di voci campionate, frammenti di interviste, spezzoni di film. Il risultato è un collage che fa impallidire Since I Left You per densità referenziale. Ma dove il debutto del 2000 aveva una narrazione, un respiro, qui tutto urla contemporaneamente.
Ci sono momenti di grazia pura: la collaborazione con Loaded Honey (side-project dei Jungle) che apre e quasi chiude il disco, neo-soul vellutato che ricorda perché amiamo questo collettivo. E ci sono cadute di tono imbarazzanti, brani che sembrano scritti per una pubblicità vera - quella che il disco dice di criticare. L'ambiguità morale che i The Avalanches rivendicano ("la pubblicità è sia capitalismo rampante che creatività innegabile") suona, in questi passaggi, come una scusa comoda.
Il vero problema è strutturale: l'album non ha un centro di gravità. Ogni volta che una direzione emerge - malinconia, euforia, sperimentazione - un campione pubblicitario o uno skit la spazza via. È stanchevole. Eppure, e questo è il paradosso, proprio questa rifiuto della coerenza potrebbe essere il punto: viviamo in un'epoca di frammentazione attenzionale, e No Bad Memories ne è la colonna sonora perfetta, dolorosamente accurata.
Voto: 6/10. Un disco che ammiri più di quanto ami, che studi più di quanto ascolti. E forse, per Robbie Chater e Tony Di Blasi, va bene così.
— Elena Verdi
