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The Smiths, 'The Queen Is Dead': anatomia di un capolavoro che non smette di rinascere

The Smiths, 'The Queen Is Dead': anatomia di un capolavoro che non smette di rinascere

C'è un paradosso al cuore della discografia degli Smiths: l'album che suonava più definitivo, più concluso, più "ultimo" della loro parabola è proprio quello che non ha mai smesso di essere rieditato, rimasterizzato, ripensato. The Queen Is Dead uscì il 16 giugno 1986 su Rough Trade, dieci brani per trentasette minuti che condensavano l'intero universo morrisseyano-marrismo: la letteratura come arma, la chitarra come architettura, l'Inghilterra che non c'era più e quella che non sarebbe mai arrivata.

La prima vita dell'album fu breve e turbolenta. La Rough Trade fallì nel 1991, i diritti passarono a WEA/Sire, e per quasi un ventennio The Queen Is Dead visse in un limbo di edizioni standard, CD con booklet risicati, vinili stampati su matrici usurate. Il suono — quello di Johnny Marr stratificato da Stephen Street al Jacobs Studio di Farnham — restava intrappolato in master che non rendevano giustizia alla complessità degli arrangiamenti: le dodici chitarre di "There Is a Light That Never Goes Out", il contrabbasso di Andy Rourke che insegna il funk a un ragazzo di Manchester, la batteria di Mike Joyce che suona come un'orchestra da camera punk.

La svolta arrivò nel 2011, quando la Warner/Rhino pubblicò il remaster di Frank Arkwright ad Abbey Road. Non una semplice equalizzazione: Arkwright tornò ai nastri analogici originali da 1/4 di pollice, bypassando le generazioni di copie che avevano appiattito la dinamica. Il risultato? Un basso finalmente corporeo, le armoniche della Rickenbacker di Marr che respirano, la voce di Morrissey che non sembra più incisa in una stanza accanto. L'edizione includeva anche i B-side dell'epoca — "Rubber Ring", "Asleep", "Money Changes Everything" — e un DVD con il documentario The Queen Is Dead: A Film By Derek Jarman (mai completato, solo frammenti).

Ma il vero evento fu il box set del 2017 per il trentennale: tre CD, un vinile 180 grammi, un libro di 96 pagine con foto inedite di Kevin Cummins e note di Johnny Rogan. Il terzo disco, Additional Recordings, conteneva demo, outtake e la versione strumentale integrale dell'album — rivelando come Marr costruisse le canzoni per strati, quasi fossero partiture. Manca ancora, però, un'edizione che includa le sessioni complete di Jacobs Studio: si sa che i nastri multitraccia esistono, ma questioni legali tra Morrissey, Marr e l'eredità di Joyce/Rourke ne bloccano la pubblicazione.

Nel 2023 è arrivata l'ennesima incarnazione: un vinile "half-speed master" presso i Mobile Fidelity Sound Lab, stampato su vinile vergine MoFi SuperVinyl. Un'operazione per audiofili puri, certo, ma che riapre la domanda: quante versioni servono a un capolavoro? La risposta, forse, sta nel fatto che The Queen Is Dead non è un oggetto finito. È un campo di forze. Ogni riedizione ne sposta l'asse, ne rivela una piega nascosta, ne conferma l'inalterabile attualità. La regina è morta, cantava Morrissey. Ma il suo disco, testardamente, continua a regnare.

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