Iscriviti a OndaPop entra in classifica

Articolo

The Velvet Underground & Nico: l'urlo sussurrato che cambiò la storia del rock

The Velvet Underground & Nico: l'urlo sussurrato che cambiò la storia del rock

C'è un prima e un dopo The Velvet Underground & Nico. Non è iperbole da liner notes, è cronaca storica: quando nel marzo 1967 la Verve pubblica quel disco con la copertina di Warhol — la banana gialla, peelable, ironicamente fallica — la musica rock smette di essere solo intrattenimento per diventare letteratura del disagio, architettura sonora dell'alienazione metropolitana.

Prodotto da Andy Warhol in persona (il che significava, nei fatti, lasciare che la band registrasse quasi senza interferenze nei Scepter Studios di New York), l'album cattura l'essenza dell'Exploding Plastic Inevitable: quel happening multimediale dove luci stroboscopiche, film proiettati sui corpi dei musicisti e volume assordante trasformavano il concerto in esperienza sinestetica. Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison e Maureen Tucker — più la "cantante" Nico, imposta da Warhol per ragioni estetiche più che vocali — traducono in solchi quell'energia caotica.

Musicalmente, è un'operazione di decostruzione radicale. "Heroin" dilata la forma-canzone in un'ipnosi di sette minuti: il viola di Cale che stride come una sirena d'allarme, la chitarra di Reed che ripete due accordi come un mantra nichilista, la batteria primitiva di Tucker (in piedi, senza rullante, solo tom e piatto) che accelera e rallenta seguendo la narrazione dell'ago. "Venus in Furs" introduce il drone indiano nel rock occidentale, mentre "All Tomorrow's Parties" trasforma la voce glaciale di Nico in uno strumento a fiato freddo, distaccato, perfetto per la sua elegia delle "factory girls" warholiane.

Ma il genio sta anche nelle tracce "pop": "Sunday Morning" con il suo celesta che suona come una music box rotta, "Femme Fatale" e "I'll Be Your Mirror" — ballate che nascondono lame sotto velluto. Reed scrive di prostituzione, travestitismo, droga, sadomasochismo con la prosa asciutta di un cronista di nera che non giudica, solo registra. È la New York dei margini, dei loft freddi, delle notti che non finiscono mai.

L'impatto culturale è incalcolabile. Brian Eno disse che chiunque avesse comprato il disco (vendette appena 30.000 copie nei primi cinque anni) formò una band. Da Joy Division a R.E.M., da Sonic Youth a Strokes, l'ombra della banana si allunga su decenni di musica alternativa. Il punk deve ai Velvet la sua attitudine anti-virtuosistica; il post-punk, la sua tensione art-rock; l'indie, la sua etica DIY.

Riascoltarlo oggi, nell'era dello streaming e dell'algoritmo, fa ancora male. Fa male la sua onestà brutale, la sua rifiuto di consolare. "European Son" chiude l'album in un caos di feedback e urla: il suono di una generazione che scopre di non avere futuro, e decide di ballare sulle macerie.

Non è un disco perfetto — la produzione è grezza, Nico è spesso fuori contesto, alcuni take sembrano prove — ma è proprio questa imperfezione a renderlo eterno. The Velvet Underground & Nico non invecchia perché non ha mai voluto essere contemporaneo. Voleva essere vero.

Voto: 9.5/10

— Marco Rota

Vota e commenta

Un solo gesto: scegli i vinili e scrivi cosa ne pensi.

Newsletter

Iscriviti e ricevi ogni settimana le recensioni, le liste e le novita direttamente nella tua casella email.