C'è un momento preciso, attorno alla metà di "Hurry Up Tomorrow", in cui Abel Tesfaye smette di interpretare The Weeknd e inizia a raccontarsi come uomo. Accade in "Drive", quando la produzione glaciale di Oneohtrix Point Never si scioglie in un pianoforte nudo e una voce che trema: "I don't wanna be a star no more / I just wanna be a father". È la chiave di lettura di tutto l'album: non un trionfo, ma una resa dei conti.
Terzo e ultimo atto della trilogia apertasi con After Hours (2020) e proseguita con Dawn FM (2022), il disco arriva dopo anni di teaser, rimandi cinematografici e un tour mondiale che ha ridefinito lo standard degli show da stadio. Ventidue tracce, ottantaquattro minuti, un cast di collaboratori che sembra l'elenco telefonico del pop contemporaneo: da Justice a Giorgio Moroder, da Travis Scott a Lana Del Rey, fino a un inaspettato featuring di Anitta su "São Paulo", brano che fonde baile funk e synth-wave anni '80 con una naturalezza disarmante.
Musicalmente, "Hurry Up Tomorrow" è un mosaico di riferimenti: il new wave di "Cry For Me" (con quel basso che cita esplicitamente "Blue Monday" dei New Order), l'R&B notturno di "Niagara Falls", l'elettronica industriale di "Take Me Back To LA". Tesfaye non cerca coerenza stilistica, ma verità emotiva. La title track, posta in chiusura, è un brano piano-e-voce di sei minuti che ricorda le confessioni finali di "My Dear Melancholy", ma con una consapevolezza nuova: "The night is over / The morning doesn't owe me anything".
Culturalmente, l'album segna la fine di un'era. The Weeknd, personaggio nato dall'anonimato di tre mixtape su Bandcamp nel 2011, diventato macchina da hit globali ("Blinding Lights" rimane il brano più streammato della storia di Spotify), ora dichiara esplicitamente di volersi ritirare dal progetto. "Abel Tesfaye will continue making music", ha scritto su Instagram. Ma The Weeknd, l'icona dai capelli intrecciati e la giacca rossa, muore qui.
Non tutto funziona: la seconda metà soffre di una certa ridondanza, "Big Sleep" e "Red Terror" sembrano outtakes di Dawn FM, e l'interludio spoken-word di "The Abyss" (con la voce di Barry Keoghan) rischia il ridicolo involontario. Ma sono difetti che diventano pregi in un'opera che vuole essere troppo, che rifiuta la sintesi, che accetta il disordine come specchio di una vita vissuta sotto i riflettori.
Voto: 8.5/10
— Marco Rota
