Ci sono ritorni che sanno di conferma, e ritorni che suonano come una dichiarazione d'intenti. Quello dei Threestepstotheocean appartiene senza dubbio alla seconda categoria. A sei anni di distanza da Del fuoco (2020), il collettivo milanese pubblica Death of Permanence (Subsound Records, 16 ottobre 2026) e lo fa rompendo quasi ogni regola che si era dato in vent'anni di carriera.
Il titolo non è un caso. La "morte della permanenza" è il manifesto di una band che ha scelto di non sedersi mai, di non capitalizzare su un suono riconoscibile, di non offrire al pubblico la rassicurazione della familiarità. Chi ha seguito il loro percorso — dai primi EP autoprodotti fino alle trame post-metal di Del fuoco — sa che i Threestepstotheocean hanno sempre trattato la forma strumentale come un campo da arare, non come un recinto da custodire. Ma qui l'aratura va più in profondità.
Death of Permanence segna infatti la prima vera apertura alla voce umana. Non come texture, non come campione: come presenza. L'album ospita una serie di collaborazioni che leggono come una mappa delle affinità elettive della band: artisti vicini per spirito, non per genere, chiamati a portare il proprio mondo dentro architetture sonore che — va detto — non fanno sconti. Il risultato è un disco che respira diversamente: più nudo, più esposto, paradossalmente più collettivo proprio nel momento in cui la band rinuncia al controllo totale.
"Volevamo che il disco fosse una conversazione, non un monologo", racconta il chitarrista e fondatore Marco Monopoli in una chiacchierata a margine delle sessioni di missaggio. "L'etica DIY per noi non è mai stata fare da soli. È stata scegliere con chi fare, e perché. Questo album è la fotografia di una rete di relazioni che abbiamo costruito in vent'anni. Ogni voce che entra è una porta che si apre."
Musicalmente, l'orizzonte si allarga. Le coordinate post-metal e sludge restano riconoscibili — i riff granitici, le dinamiche da mare in tempesta, quella tensione che non cerca mai la risoluzione facile — ma convivono ora con derive ambient, aperture folk, schegge di elettronica grezza. È un disco che si ascolta come si guarda un paesaggio che cambia sotto gli occhi: family resemblances, ma nessuna fedeltà al passato.
Subsound Records, casa da sempre attenta alle derive più laterali della scena italiana ed europea, pubblica l'album in vinile, cd e digitale. Il preordine è già attivo, e le prime anticipazioni — il singolo "Ashes of What We Were" e il video di "Unmaking" — hanno già fatto capire che Death of Permanence non è un disco per chi cerca conferme. È un disco per chi accetta che la bellezza, a volte, sta nel non sapere dove si va a finire.
I Threestepstotheocean presenteranno l'album dal vivo con un tour europeo che partirà da Milano a novembre. Date e biglietti sul sito della band e di Subsound. Una sola certezza: non sarà lo stesso concerto due volte. La permanenza, d'altronde, è morta. E non è mai stata così viva.
