C'è una scena precisa in cui Tinashe smette di essere "quella che avrebbe potuto" per diventare "quella che è". Accade al minuto 2:17 di "Neon Blue", terza traccia di Popstar, quando il beat trap si dissolve in un arpeggio di synth à la Sophie Xeon e la sua voce — mai così centrata — sussurra: "I built this palace from the ashes of their no". È la tesi dell'intero disco in una frase: la rivincita come architettura sonora.
Sesto album in studio (settimo se contiamo Nightride), Popstar arriva a quattro anni da 333 e due dall'EP BB/ANG3L, confermando una traiettoria che dal major-label system l'ha portata a fondare la propria etichetta, Tinashe Music Inc., distribuita via Nice Life/Atlantic. La mossa non è solo burocratica: segna il passaggio da artista "gestita" a creative director della propria mitologia. Le sedici tracce — numero non casuale, omaggio al suo compleanno, il 6 febbraio — scorrono come una setlist pensata per il club più esclusivo che esista: la testa di chi ascolta.
Musicalmente, il disco è un collage coerente: l'R&B alternativo che l'ha resa celebre ("2 On", "All Hands on Deck") si contamina con l'hyperpop più astratto (produzioni di Kaytranada, Danny L Harle, Phoelix), il jersey club di "Baddie" e persino un'interpolazione di "Blue Monday" dei New Order in "Factory Girl". La title track, posta in chiusura, è un mid-tempo piano-voice che esplode in un finale breakbeat da festival: "Popstar is a mindset, not a chart position". Manifesto e confessione insieme.
L'impatto culturale sta tutto qui: Tinashe rifiuta la dicotomia artista di nicchia vs popstar mainstream. In "Independent Woman (Remix)" campiona Destiny's Child per destrutturare il concetto di empowerment femminile: niente girlboss aesthetic, solo la fatica di pagare l'affitto dello studio di registrazione con i royalties dello streaming. È politica del corpo nero, queer, femminile nel 2024 — senza proclami, solo groove.
Qualche eccesso: "Interlude: Paparazzi" e "Interlude: Stage Door" rallentano il flusso, e il featuring di Kali Uchis in "Velvet Rope" prometteva scintille che non arrivano. Ma sono difetti marginali in un'opera che osa la coerenza nell'era della playlist economy.
Popstar non cerca hit radiofoniche; le costruisce per poi smontarle. Tinashe ha smesso di bussare alla porta del pop: ha costruito la sua casa e ci ha invitato a ballare nei corridoi. La corona le sta bene.
