Quando Tinashe ha pubblicato Too Easy, il singolo apripista di Popstar, la rete è andata in tilt. Non solo per la qualità del brano, ma per ciò che rappresentava: l'ennesima conferma di quanto l'artista classe 1993 abbia plasmato l'estetica e il suono della musica pop contemporanea, dalle moodboard K-pop alle discografie di una generazione intera.
Ma ridurre il suo impatto a una questione di vibes visive sarebbe un errore grossolano. Accanto a nomi come Jhené Aiko, The Weeknd e Miguel, Tinashe ha contribuito a far nascere quella rinascita dell'alt-R&B che ha definito i primi anni Dieci. E brani recenti come Crash Out hanno ricordato a tutti la sua firma inconfondibile: quel west coast bounce intriso di trap che già nel 2020, con Hopscotch, faceva capolino tra le pieghe della sua discografia.
Popstar, ottavo capitolo in studio, non è un album che cerca validazione. È un'opera che la validazione se la prende, traccia dopo traccia. Sunglasses apre le danze con una dichiarazione d'intenti: "Occhiali neri / nient'altro al mondo ha importanza". La voce, pitchata verso registri quasi spettrali, domina un paesaggio sonoro deliberatamente denso, caotico. Lei è l'architetta. Punto.
La doppietta Too Easy / Melatonin scivola via in un soffio: iper-pop, EDM, acid-house, synth a pioggia. Musica fatta per il movimento, per il club, per quel momento in cui "la musica è la mia religione". Ma Tinashe non è solo euforia da dancefloor.
Empty Stadium rallenta il battito. Notturna, intima, la traccia espone il rovescio della medaglia: la sindrome dell'impostore, la paranoia, il trauma mentale che la fama porta con sé. È qui che l'album rivela la sua anima più profonda: una riflessione tenera e spietata sul costo del successo.
E quando arriva Twentyfive Eight, la posizione è cristallina: "Se vinci la corsa dei topi e arrivi primo, sei comunque un topo". Non c'è rincorsa ai numeri, alle chart, alle metriche. C'è solo la consapevolezza di chi ha smesso di chiedere un posto al tavolo e se n'è costruito uno tutto suo.
Popstar è un album sfaccettato, sicuro, a tratti spavaldo. Ma mai arrogante. È il suono di una donna che conosce il proprio valore e non ha più bisogno di dimostrarlo a nessuno. Tranne che a se stessa, ogni volta che preme play.
— Elena Verdi
