C'è qualcosa di inevitabile nel suono dei Tramhaus. Qualcosa che nasce dall'attrito tra il cemento di Rotterdam - città portuale, industriale, spigolosa, da sempre l'anti-Amsterdam per definizione - e l'energia compressa di cinque musicisti che si sono trovati a suonare insieme mentre il mondo stava fermo. Il quartetto, diventato quintetto con l'arrivo di Jim Luijten dietro le pelli, ha fatto dell'urgenza una metodologia: pattern ripetitivi che ipnotizzano come un treno in corsa, chitarre che non cercano riff ma tensioni, una voce che non canta ma agisce.
"Blister", il secondo album a distanza di due anni da "The First Exit", non tradisce le premesse. Anzi, le affina. Lukas Jansen continua a oscillare tra recitato frenetico, grida che sembrano liberatorie e una gestualità da frontman che non recita: è la canzone. I testi scivolano sulla routine, sull'ansia che ci portiamo addosso come una seconda pelle, sull'assurdità delle relazioni umane - ma non c'è compiacimento, solo urgenza comunicativa.
Il vero lavoro di cesello sta nelle sei corde. Nadya van Osnabrugge e Micha Zaat evitano il dualismo classico ritmo/solo: una tiene la linea, l'altra la rompe con feedback, noise, schegge art-punk che riportano dritti ai Sonic Youth più ispirati. Il basso di Julia Vroegh non accompagna, spinge; la batteria di Luijten è motore costante, krautrock portato a velocità punk. Il risultato è un suono fisico, esplosivo, che però non cade nella trappola del punk "arrabbiato" per convenzione. C'è una tensione controllata, quasi matematica, che rende i momenti di apertura melodica - e ce ne sono, sorprendentemente orecchiabili - ancora più efficaci.
Chi aveva amato "Make It Happen" o l'esordio troverà qui una band più sicura, meno derivativa. I Tramhaus non suonano come chi omaggia un genere: suonano come chi ha necessità di fare quel rumore lì, adesso. "Blister" è una bolla che scoppia addosso all'ascoltatore. Non si può restare indifferenti.
