C’era una volta il Troye Sivan delle notti insonni, dei corpi che si cercano al buio dei club berlinesi, dell’edonismo consapevole di Something to Give Each Other. Quell’album, nel 2023, lo aveva consacrato icona queer globale: non solo per la qualità della scrittura, ma per aver reso il pop mainstream un luogo dove il desiderio omosessuale non era subtesto, ma testo. Oggi, a distanza di tre anni, She’s the Best arriva come una svolta inaspettata — e forse proprio per questo necessaria.
Il singolo omonimo, che apre il nuovo progetto, non è una canzone da dancefloor. È una lettera d’amore all’universo femminile, scritta con la leggerezza di chi ha smesso di dover dimostrare qualcosa. La produzione, curata ancora una volta da Styalz Fuego e dallo stesso Sivan, strizza l’occhio ai novanta: chitarre jangle-pop, synth brillanti, quel groove che ricorda i primi Cardigans o una Sophie Ellis-Bextor meno drammatica. Il ritornello si pianta in testa al primo ascolto, ma è nella strofa che sta la vera forza: “She’s the best thing that ever happened to me / and she doesn’t even know my name”. Una dichiarazione che ribalta i canoni: non il desiderio per l’altro uomo, ma l’ammirazione per la donna come figura archetipica, materna, amica, musa.
Il video, diretto da Gordon von Steiner, eleva il concetto a manifesto visivo. Nicole Kidman e Sasha Colby non sono comparse: sono la consacrazione di un’idea di femminilità che abbraccia generazioni e identità diverse. Kidman, glaciale e divina; Colby, vincitrice di RuPaul’s Drag Race e simbolo della trans-excellence. Insieme, raccontano una sorellanza che non ha bisogno di parole. Sivan, inquadrato spesso di spalle o di profilo, si fa da parte: non è più il protagonista, ma il testimone.
Il resto dell’EP — quattro brani in tutto — esplora sfumature diverse. Honey torna su territori più familiari, con un basso pulsante e un falsetto che ricorda i momenti migliori di Bloom. 1999 è nostalgia pura, non per un anno ma per un’idea di adolescenza che non si è mai avuta: il ciuffo di Jason Priestley, le cassette, i primi amori impossibili. Angel Baby chiude con una ballata piano e voce che lascia spazio alla vulnerabilità, quella che il clubbing aveva mascherato.
C’è chi griderà al tradimento: dove sono i banger? Dove l’euforia? Ma She’s the Best non è un passo indietro. È un passo di lato. Sivan dimostra che la maturità artistica non sta nel ripetere la formula vincente, ma nel rischiare di deludere chi ti vuole uguale a se stesso. Il pop queer non è solo festa: è anche cura, memoria, gratitudine. E se oggi Troye Sivan sceglie di cantare le donne che l’hanno formato — madri, sorelle, icone, drag queen — lo fa con la stessa onestà che ha reso Something to Give Each Other un capolavoro. Solo che adesso la pista da ballo è vuota, e la luce è accesa. Si vede tutto meglio.
