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Twenty One Pilots a Columbus: quando il ritorno a casa diventa leggenda

Twenty One Pilots a Columbus: quando il ritorno a casa diventa leggenda

C'è una regola non scritta nel rock: non si torna mai davvero a casa da vincitori. O meglio, non si torna nello stadio della tua università, davanti a centomila persone che cantano ogni tua parola, dopo essere partiti da uno scantinato da trecento posti. Eppure Tyler Joseph e Josh Dun l'hanno fatto. Sabato 17 ottobre, sotto un cielo dell'Ohio che profumava d'autunno e di storia, i Twenty One Pilots hanno trasformato l'Ohio Stadium — «The Shoe», per gli amici — nel tempio di una religione che loro stessi hanno fondato.

Tre ore di concerto. La scaletta più lunga della loro carriera. Un'esibizione della marching band dell'università, droni che disegnavano costellazioni sopra le teste di 100.000 «Clikkies», pirotecnica a sufficienza per illuminare Columbus per una settimana. E loro due, al centro di tutto, che a un certo punto — verso la fine, quando «Trees» ha iniziato a pulsare e i coriandoli rossi e gialli hanno invaso il campo — si sono guardati. E si sono visti, per la prima volta in quindici anni, piccoli dentro qualcosa di immenso.

«Non so come abbiamo fatto ad arrivare qui», ha sussurrato Tyler al microfono, la voce rotta non dall'emozione da copione ma da quella vera, quella che non si prova. Josh, dietro la batteria, ha solo annuito. Due ragazzi di Columbus che nel 2009 suonavano al The Basement, locale da trecento anime, e che sabato hanno registrato un +33.900% di capienza. Non è una statistica. È una mitologia.

La città lo sapeva. Da giorni Columbus non era più solo la capitale dei Buckeyes, la squadra di football che qui è fede. Era una marea di nastro adesivo rosso e giallo — il «tape» che i fan si avvolgono su braccia e vestiti come stigmate laiche —, di gole e mani dipinte di nero «dun», di figure incappucciate in rosso che sembravano uscite dalle pagine di Trench e Clancy: i «Vescovi», la gerarchia visiva di un lore che i Twenty One Pilots hanno costruito album dopo album, video dopo video, trasformando i concerti in rituali e i fan in congregazione.

Fuori dallo stadio, dal pomeriggio, il «Bandito Fan Camp» era già una città nella città: scambi di memorabilia, consigli sul trucco, mappe dei luoghi sacri — la casa dove Tyler ha scritto «Car Radio», il negozio dove Josh ha comprato la prima batteria. Dentro, lo show ha macinato discografia intera: da «Guns for Hands» a «Next Semester», da «Stressed Out» a «The Craving», con una sezione acustica che ha zittito centomila voci per poi farle esplodere in «Holding On to You».

Quando i droni hanno formato il logo del tour — quell'occhio che tutto vede, simbolo di un progetto narrativo che ha trasformato l'ansia in mitologia condivisa — lo stadio ha trattenuto il fiato. Poi «Trees». I tamburi. I coriandoli. Due ragazzi sul palco che piangono senza vergogna. E centomila persone che capiscono, in quel momento, che non stanno assistendo a un concerto. Stanno testimoniando un ritorno. Quello vero. Quello che non si misura in biglietti venduti ma in appartenenza.

Si può tornare a casa. A patto di portarsi dietro tutto ciò che si è diventati.

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