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Ultimo, "TUTTO": l'urgenza di un cantautorato che non teme la propria ombra

Ultimo, "TUTTO": l'urgenza di un cantautorato che non teme la propria ombra

C'è un momento preciso, all'ascolto di TUTTO, in cui si capisce che Niccolò Moriconi - per tutti, semplicemente, Ultimo - ha smesso di cercare il consenso per iniziare a pretendere verità. Il suo settimo album in studio, in uscita il 18 settembre per Honiro/Island Records, non è il trionfo da stadio che i numeri gli garantirebbero a occhi chiusi. È, piuttosto, il disco di chi ha deciso di guardarsi allo specchio senza filtri Instagram, accettando di non piacersi del tutto.

Undici tracce - zero featuring, zero concessioni al featuring-di-turno - che si snodano attorno a un pianoforte spesso nudo, a tratti preparato, a una produzione (curata dallo stesso Ultimo con Enrico Brun e Matteo Nesi) che privilegia l'aria, il silenzio, lo spazio tra una nota e l'altra. L'ultima poesia, l'apertura, è un manifesto: voce e tastiera per tre minuti e dodici secondi, un testo che smonta la retorica del "poeta maledetto" per ammettere, con disarmante onestà, "non so più chi sono quando non scrivo".

Il cantautorato italiano degli ultimi quindici anni ha spesso oscillato tra due poli: l'intimismo da cameretta e l'epica da palazzetto. Ultimo, che ha riempito San Siro a ventiquattro anni, ha sempre abitato la zona di confine. In TUTTO quella tensione si risolve a favore della prima opzione, ma senza rinunciare alla tensione melodica che ne ha fatto un fenomeno di massa. Brani come Centomila volte ancora o La parte peggiore conservano quell'uncino melodico immediato - il "gancio" che in Italia chiamiamo ancora, un po' pigriamente, "sanremese" - ma lo piegano a armonie più ambigue, a cambi di tempo improvvisi, a finali aperti che rifiutano la risoluzione consolatoria.

Liricamente, Moriconi scava nel lessico familiare - la madre, il padre, la sorella, la Roma dei Parioli e quella di San Basilio - ma lo fa con una densità metaforica inedita. Polvere di stelle, il brano più lungo (quasi sei minuti), è una suite in tre movimenti che cita Pasolini e De André senza nominarli, costruendo un affresco generazionale dove la "polvere" non è quella scintillante dei sogni, ma quella che si deposita sui mobili quando smetti di pulire.

Culturalmente, TUTTO arriva in un momento in cui il pop italiano mainstream sembra aver smarrito la bussola, diviso tra l'omologazione algoritmica e la rivendicazione identitaria a colpi di dialetto. Ultimo sceglie una terza via: quella della vulnerabilità esibita come atto politico. Non è un caso che la title track, posta in chiusura, sia un piano-voce di due minuti in cui ripete "ho paura di tutto / e per questo non ho paura di niente". Una frase che, letta sui social, sembrerebbe l'ennesima banalità motivazionale; cantata su quel finale sospeso, suona come una resa dei conti.

Non tutto funziona alla perfezione. Vivo per vivere scivola in un ritornello fin troppo lineare, e in un paio di passaggi la produzione indugia in riverberi che appesantiscono l'essenzialità cercata. Ma sono difetti che, paradossalmente, confermano l'onestà del progetto: TUTTO non vuole essere un disco perfetto. Vuole essere un disco vero.

In un panorama che premia la sicurezza, Ultimo sceglie il rischio di mostrarsi incompleto. È la mossa più matura della sua carriera. E, forse, l'unica che potesse permettersi.

- Marco Rota

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