Ci sono dischi che arrivano nel momento sbagliato. O forse in quello giusto, solo che non siamo pronti a riceverli. "Kings Without a Crown", il nuovo album degli Yuppie Flu uscito il 17 settembre per 42 Records e Homesleep Music, è uno di questi. Nove tracce che Matteo Agostinelli aveva completato prima di andarsene, lasciandoci un'eredità che pesa come un macigno e vola come una piuma.
La prima reazione, lo ammetto, è stata un "wow" sordo, di quelli che ti restano in gola. Perché gli Yuppie Flu non sono solo una band. Sono un pezzo di storia dell'indie italiano, nati ad Ancona nei Novanta quando fare musica indipendente significava ancora macinare chilometri in furgone, stampare dischi che viaggiavano fisicamente, costruire reti un contatto alla volta. Il loro esordio, "Automatic But Static" del 1997, è una fotografia di quell'epoca: grezza, urgente, vera.
Io li ho incrociati tardi. Vent'anni fa le mie coordinate erano altre, ma un amico — di quelli che ti masterizzano compilation che ti cambiano la vita — mi fece ascoltare "Food for the Ants", da "Days Before the Day" (2003). Allora era solo una traccia su un CD-R. Oggi, vent'anni dopo, mi ritrovo con questo disco tra le mani e Matteo non c'è più. E capisci che certi vent'anni stanno tutti dentro una canzone.
"Kings Without a Crown" non suona come un addio. Suona come un presente continuo. L'elettronica si intreccia alle chitarre, le melodie oblique — marchio di fabbrica di Agostinelli — si aprono in squarci di luce improvvisa. C'è la lezione di Grandaddy nelle tastiere, l'ombra dei Marlene Kuntz nelle distorsioni, ma c'è soprattutto una voce inconfondibile: quella di chi ha passato una vita a cercare l'accordo giusto, la parola esatta, il suono che non tradisca il pensiero.
Agostinelli non ha mai nascosto l'importanza dei dettagli. Ascoltate "The Weight of Crowns" o "Static Kings": ogni layer è al suo posto, ogni rumore è voluto, ogni silenzio è scritto. È un disco che richiede ascolto profondo, cuffie buone, tempo. Non è musica da background. È musica da foreground, da mettersi davanti come uno specchio.
Forse il titolo dice tutto: re senza corona. Perché la corona non serve, quando hai lasciato canzoni che restano. Gli Yuppie Flu chiudono un cerchio, ma la linea continua. Ascoltatelo. Ascoltatelo davvero.
