C'è un momento preciso, all'inizio di Volatil, in cui la voce di Zazie scivola su un tappeto di synth minimali e sussurra: «Je suis volatile, je m'envole». È la dichiarazione d'intenti di un'artista che, nel 1998, rifiuta di essere incasellata. Quarto album in studio, Volatil arriva dopo il successo commerciale di Zen (1995) e potrebbe essere il classico disco della conferma. Invece è un atto di sovversione gentile.
Prodotto da Pascal Obispo — che qui dimostra una sensibilità produttiva lontana dal suo pop mainstream — l'album intreccia trip-hop notturno (Un point c'est toi), chanson d'autore scheletrica (La préface), aperture orchestrali da colonna sonora (Adam et Yves) e una title track che fluttua tra drum machine e archi con la leggerezza di un aquilone in tempesta. La scrittura di Isabelle de Truchis de Varennes — questo il nome all'anagrafe — affila la lama dell'ironia senza mai scadere nel cinismo: racconta amori liquidi, identità fluide, la solitudine delle metropoli con lessico chirurgico e melodie che si insinuano nel subconscio.
Il contesto è cruciale. La Francia dei tardi anni Novanta vive l'esplosione della French touch (Daft Punk, Air), ma Zazie sceglie una via laterale: meno dancefloor, più salotto esistenziale. Volatil vende 600.000 copie in patria, vince la Victoires de la Musique come miglior album dell'anno e consacra la sua autrice come voce singolare di una generazione che non si riconosce né nel rock d'antan né nel pop formatato.
Riascoltarlo oggi colpisce per modernità: i testi anticipano il vocabolario della fluidità di genere (Adam et Yves, storia d'amore tra due uomini raccontata senza retorica), la produzione campiona voci, rumori urbani, silenzi con tecnica da sound designer ante litteram. Brani come Cyber o Tout le monde il est beau — satira feroce sul culto dell'apparenza — suonano profetici nell'era di Instagram.
Non tutto è perfetto: qualche arrangiamento tradisce l'epoca (i preset di archi sintetici su L'ange), e la seconda metà perde leggermente coesione. Ma sono difetti che rendono l'opera umana, volatile appunto.
Voto: 8.5/10 — Un classico minore che maggiora col tempo, come i vini naturali: imperfetto, vivo, indispensabile per capire da dove arriva la chanson francese contemporanea.
