C'è un momento preciso in cui capisci che Bidonville non è un semplice ritorno. Arriva alla terza traccia, quando la voce di Francesco Di Bella si fa graffio su una base che puzza di asfalto bagnato e sigarette fumate troppo in fretta. I 24 Grana non sono tornati per fare i conti con il passato. Sono tornati perché il presente gli chiede conto.
Quindici anni. Un'eternità geologica per la musica italiana. L'ultima volta che li avevamo sentiti in studio era il 2009, Karma, e poi il silenzio. Qualcuno li aveva dati per dispersi, qualcun altro per finiti. La verità è che certi gruppi non si sciolgono: vanno in letargo, aspettano che il mondo giri abbastanza da aver di nuovo bisogno della loro voce. E il mondo, oggi, ha un bisogno disperato dei 24 Grana.
Chi li ha seguiti dai tempi de Loop o Metà sa che non sono mai stati una band come le altre. Insieme a Casino Royale e Scisma, hanno scritto la pagina più interessante del rock italiano anni Novanta: quella che non si faceva incasellare, che mescolava dub, funk, canzone napoletana e rabbia punk senza chiedere permesso. Non hanno mai bucato il mainstream sul serio, e forse è proprio per questo che sono rimasti intatti. Nessun compromesso, nessuna rincorsa al consenso.
Bidonville lo dimostra dal primo all'ultimo secondo. Dieci brani che non fanno sconti. La produzione è asciutta, essenziale: basso e batteria in primo piano, chitarre che tagliano come lamette, tastiere che disegnano atmosfere notturne. Di Bella canta come se non avesse mai smesso, quella voce che è insieme preghiera e minaccia, capace di passare dal sussurro all'urlo nello spazio di un respiro.
I testi sono il cuore pulsante. Napoli non è un fondale decorativo: è carne viva. "La città si mangia i figli suoi / e noi siamo ancora qui a sputare sangue" canta in Figli di nessuno, e non c'è retorica, solo cronaca. Le periferie, i palazzi che crollano, la disoccupazione che diventa eredità, la camorra che non si nomina ma si sente in ogni pausa. È il realismo sporco di chi quelle strade le cammina ancora, non di chi le guarda da un finestrino blindato.
Musicalmente, l'album viaggia su coordinate familiari ma non stanche. Il dub regge l'impalcatura ritmica, il funk fa muovere la testa anche quando il testo ti gela il sangue, la melodia napoletana affiora come un ricordo che non passa. Sottopelle è un gioiello di tensione controllata, Vesuvio cresce lenta fino a esplodere in un finale catartico, Bidonville (la title track) è un manifesto politico senza slogan.
C'è anche spazio per gli ospiti, scelti con intelligenza: Ensi porta il suo flow tagliente su Confini, Meg aggiunge la sua voce unica su Radici. Nessun featuring di facciata, solo incontri tra anime affini.
Ascoltare Bidonville nel 2024 fa un effetto strano. Ti accorgi di quanto manchi, nel panorama italiano, una band che suona vera. Non autentica — parola abusata e vuota — ma vera: che suona come suona perché non saprebbe suonare altrimenti. I 24 Grana non hanno inseguito il suono del momento. Hanno fatto il loro suono, e il momento li ha raggiunti.
Forse è questo il segreto della loro longevità. Non sono mai stati giovani per definizione anagrafica: sono nati vecchi, con la consapevolezza di chi ha già visto tutto e non si stupisce più di niente. Oggi che i quaranta sono passati da un pezzo, quella vecchiaia suona come lucidità. Non c'è nostalgia in questo disco, non c'è rimpianto. C'è solo il presente, nudo e crudele, raccontato da chi ha scelto di non girarsi dall'altra parte.
Bidonville non è un album per tutti. È un album per chi ha ancora voglia di ascoltare, davvero. Per chi accetta di farsi graffiare. Per chi sa che certe ferite non guariscono, ma possono diventare canzoni. I 24 Grana sono tornati. Non se ne erano mai andati.
