Quando Geddy Lee ha incrociato per la prima volta i video di Anika Nilles su YouTube, la reazione è stata immediata: «Mio Dio, è incredibile». Non solo per la padronanza dei tempi dispari, ma per quella «personalità, carisma, stile» che trasuda dallo schermo. Il bassista dei Rush lo ha raccontato a Rolling Stone, e quella scoperta ha innescato una catena di eventi che ha portato la batterista tedesca, 43 anni, dentro lo studio di Toronto dove Alex Lifeson e lo stesso Lee le hanno chiesto di sedersi dietro la batteria che fu di Neil Peart.
Nilles non immaginava la mole di lavoro brutale che l'aspettava: quaranta classici complessi, un anno di prove, la responsabilità di onorare un mostro sacro come Peart, scomparso nel 2020. «La sensazione di tutte quelle parti è davvero speciale», dice lei in un'intervista video pubblicata dopo le prime quattro date di Los Angeles. «Ed è dura perché ho dovuto lasciare andare parte della mia tecnica».
Il percorso di Anika non è lineare. Da bambina prendeva lezioni di batteria, ma i genitori volevano un lavoro «serio»: assistente sociale, asilo nido. A ventisei anni la svolta: torna a studiare musica, temendo di essere troppo vecchia. Invece il suo playing diventa virale, arriva la carriera solista, il tour con Jeff Beck. È lì che John «Skully» McIntosh, tecnico del basso di Lee, la nota e la segnala.
Peart è «insostituibile», parola di Lee. Ma Nilles ci ha provato lo stesso, assorbendo l'essenza del suo stile, modificando le basi del proprio approccio. «Non ho ego», ripete. «Suono ciò che serve». E i fan, quelli che temevano un sacrilegio, l'hanno accolta con venerazione. La tournée è partita, il video è online. Il resto è storia che si scrive ogni sera, colpo su colpo.
