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Boetti — altro/alto: la vertigine del pop italiano che non si lascia afferrare

Boetti — altro/alto: la vertigine del pop italiano che non si lascia afferrare

C'è un momento preciso in altro/alto in cui si smette di cercare coordinate. Accade quando le tastiere smettono di essere accompagnamento e diventano paesaggio, quando la voce di Boetti — ora sussurro, ora proclamazione controllata — decide di non prenderti per mano. Il terzo album del cantautore romano non è un disco che si lascia recensire con le categorie consuete: non ha singoli, non ha ritornelli da festival, non ha quella rassicurante architettura strofa-ritornello-strofa che il pop italiano, anche quello più "colto", tende a preservare come un talismano.

Eppure, paradossalmente, è proprio qui che altro/alto rivendica la sua appartenenza al 2026 e al pop italico. Lo fa per negazione, per sottrazione. L'assenza totale di percussioni non è un vezzo minimalista: è una scelta che costringe l'ascoltatore a diventare metronomo di se stesso, a scandire il tempo col proprio respiro. Le tastiere — stratificate, riverberate, a tratti quasi orchestrali nel loro occupare ogni frequenza — non riempiono il vuoto: lo sono il vuoto, reso abitabile da una timbrica che sa di notti insonni e stanze vuote.

La scrittura di Boetti opera per accumulo e dissolvenza. I testi — frammenti di diario, appunti sparsi, conversazioni a metà — rifiutano la narrazione lineare a favore di un'impressionistica emotiva che ricorda da vicino la lezione di Vasco Brondi: quella capacità di trasformare il dettaglio banale in epifania collettiva. Ma dove Brondi costruiva cattedrali di chitarre e urgenza, Boetti preferisce la trasparenza del vetro. C'è il timbro di Niccolò Contessa in certi passaggi a mezza voce, quella prossimità confidenziale che i Cani hanno reso marchio di fabbrica; c'è la teatralità stralunata di Giovanni Truppi nelle inflessioni più parlate che cantate, nei repentini cambi di registro che disorientano proprio quando credevi di aver trovato la chiave di lettura.

Eppure ridurre altro/alto a una somma di citazioni sarebbe mancare il bersaglio. La vera operazione sta nella composizione: Boetti prende gli schemi armonici dell'itpop più notturno e melenso — quel Gazzelle che sa di sigarette e rimpianti, quel Cosmo che ha saputo rendere la malinconia ballabile — e li spoglia di ogni orpello ritmico, li rallenta fino a farne emergere la struttura scheletrica, quasi li stesse dissezionando sotto una luce fredda. Il risultato è un disco che suona insieme antico e futuribile: le progressioni d'accordi sanno di canzone d'autore anni Settanta, di quel pop italiano che sapeva essere colto senza essere accademico, ma la produzione — liquida, spazializzata, quasi priva di transienti — lo colloca in un presente che ancora non ha nome.

Il titolo stesso, altro/alto, è un programma manifesto. La barra non separa: unisce due direzioni che il disco persegue simultaneamente. L'altro come alterità, come ciò che sfugge alla categorizzazione; l'alto come elevazione, come ricerca di una prospettiva che richieda fatica per essere raggiunta. Boetti non vuole che tu ti sieda comodo. Vuole che tu ti alzi in piedi, che ti sporga dal balcone, che accetti il rischio della vertigine.

È un disco difficile, altro/alto. Di quelli che alla prima ascolto ti lasciano con la sensazione di aver perso qualcosa, di non aver capito. Alla seconda inizi a intuire la logica segreta che lega i brani — non una logica narrativa, ma timbrica, emotiva, quasi sinestetica. Alla terza smetti di cercare e inizi a abitare lo spazio che Boetti ha costruito. È qui che sta la sua forza: nella capacità di responsabilizzare l'ascoltatore, di trasformare la fruizione passiva in un atto di co-creazione. Non c'è percorso segnato, non c'è mappa. C'è solo un mare di tastiere e una voce che ti chiama, senza promettere che troverai riva.

In un panorama discografico italiano che troppo spesso confonde la citazione con la personalità, altro/alto ha il coraggio di usare i riferimenti come trampolino per tuffarsi altrove. Non è un disco perfetto — la sua stessa natura fluida lo espone al rischio dell'indistinto, di momenti in cui la tensione si allenta e l'incanto si rompe — ma è un disco necessario. Perché ricorda che il pop può ancora essere ricerca, che la forma canzone può essere messa in discussione senza essere distrutta, che l'ascoltatore merita rispetto, non rassicurazione. Boetti ha scelto la via impervia dell'etereo. Chi ha il coraggio di seguirlo, non tornerà uguale.

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