C'è un momento preciso in "ZIRP!" in cui tutto crolla. Non è un breakdown, non è un bridge: è la consapevolezza che il muro sonoro che i DIIV hanno eretto in quindici anni di carriera — quel riverbero denso, quelle chitarre che sembrano annegare in piscine vuote — può reggere anche il peso della storia recente. Quella vera, fatta di tassi d'interesse azzerati, unicorni da miliardi valutati su PowerPoint e un'intera generazione convinta che il denaro crescesse sugli alberi del venture capital.
Il titolo è un pugno nello stomaco travestito da acronimo tecnocratico: Zero Interest Rate Policy. La politica monetaria che ha gonfiato la bolla degli anni Dieci, permettendo a startup senza modello di business di bruciare capitale come legna secca. Quando i tassi sono risaliti — inevitabile, matematico — la festa è finita. Zachary Cole Smith lo sa, e lo scrive nelle note di copertina: "Questo disco parla di cosa rimane quando la musica smette di suonare e le sedie non bastano per tutti".
Musicalmente, i DIIV non tradiscono se stessi. L'opener "Null Rate" parte con quel riff circolare che è marchio di fabbrica: ipnotico, sporco, bellissimo. Ma sotto la superficie c'è qualcosa di nuovo. Un'isteria pop, la definisce Smith in conferenza stampa, che affiora nei ritornelli di "Unicorn Graveyard" e "Series C" — melodie che potrebbero stare in radio, se la radio esistesse ancora. "Volevo scrivere canzoni che la gente cantasse mentre guarda il proprio portafoglio azionario andare a zero", ride amaro.
La produzione, curata ancora una volta da Sonny DiPerri, lascia respirare i bassi di Colin Caulfield e la batteria di Ben Newman come non accadeva da "Deceiver". C'è spazio, paradossalmente, in un disco che parla di mancanza di spazio. Di risorse finite. Di un pianeta e di un'economia che non possono crescere all'infinito.
Il centro emotivo è "Soft Landing", ballata al pianoforte che rompe ogni schema della band. Niente chitarre, niente riverbero. Solo la voce di Smith, nuda, che sussurra: "We borrowed tomorrow to pay for today / Now tomorrow's here and we have nothing to say". È il manifesto generazionale che non sapevamo di aspettare.
Chiude "Fantasy Record", title-track dell'etichetta che la band ha fondato per pubblicarsi da sola. Sette minuti di noise controllato, feedback che si rincorrono come grafici di borsa impazziti, poi il silenzio. Non un finale, una domanda.
"ZIRP!" non offre risposte. Non è un pamphlet, è uno specchio. E i DIIV, con il loro quinto album, dimostrano di essere l'unica band shoegaze capace di guardare dritto nell'abisso senza abbassare lo sguardo — e di farci una colonna sonora che, paradossalmente, non smetti di riascoltare.
