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Tomahawk, venticinque anni di caos chirurgico: quando Patton, Duane e Stanier riscrissero le regole del metal d'avanguardia

Tomahawk, venticinque anni di caos chirurgico: quando Patton, Duane e Stanier riscrissero le regole del metal d'avanguardia

Ci sono dischi che invecchiano male e dischi che, col tempo, affilano i coltelli. Tomahawk, l'esordio omonimo della creatura messa in piedi da Mike Patton nel 1999, appartiene alla seconda categoria. Venticinque anni dopo, quelle undici tracce continuano a suonare come un manifesto programmatico: la prova che l'avant-garde metal può avere un groove letale, che il rumore può essere architettato con precisione chirurgica, che la follia sperimentale non deve per forza rinunciare all'orecchiabilità.

La genesi è nota ai cultori: Patton, reduce dalle sperimentazioni estreme dei Mr. Bungle e dal successo planetario dei Faith No More, recluta Duane Denison (The Jesus Lizard) alla chitarra, Kevin Rutmanis (Cows, poi Melvins) al basso e John Stanier (Helmet, poi Battles) alla batteria. Una formazione da sogno per chi mastica noise-rock e math-rock, ma sulla carta un disastro annunciato: troppi ego, troppi background ingombranti, troppe direzioni possibili.

Invece Tomahawk funziona perché nessuno dei quattro cerca di primeggiare. Denison cesella riff angolari, geometrici, che tagliano l'aria come lame («Flashback», «Point and Click»); Stanier picchia con la sua solita potenza meccanica, ma sa anche lasciare spazio, respirare; Rutmanis incolla tutto con linee di basso viscere, sporche, funky nel senso più deviato del termine. E Patton? Patton fa Patton: sussurra, urla, scatta in falsetto, rappa, gorgheggia, si fa coro greco e narratore inaffidabile. Ascoltate «Flashback»: "Ascolta la canzone che il mio sangue canta / Ascolta la canzone che il mio sangue spinge / Verso di te". È teatrale, sì, ma mai gratuito. Ogni acrobazia vocale serve la canzone.

Il segreto sta tutto nell'equilibrio. Brani come «Cul de Sac» o «Sweet Smell of Success» sono brutali, dissonanti, ma hanno un centro melodico a cui aggrapparsi. «101 North» è quasi un brano surf-metal da colonna sonora di un film di Tarantino girato in un inferno industriale. «God Hates a Coward» chiude il disco con quasi sette minuti di tensione costante, un crescendo che non esplode mai del tutto, lasciando l'ascoltatore con le braccia tese.

Venticinque anni dopo, la lezione di Tomahawk resta attuale: la sperimentazione non è un alibi per scrivere canzoni incompiute. La complessità non è nemica dell'impatto fisico. Patton e soci lo dimostrarono anche nei due successivi Mit Gas (2003) e Anonymous (2007), prima di mettere il progetto in freezer per quattordici anni. Il ritorno con Tonic Immobility (2021) ha confermato che la chimica non si è spenta.

Ma tutto parte da qui. Da un disco che suona come un pandemonio ben calcolato, un caos organizzato da menti che conoscono le regole proprio per poterle infrangere con stile. Se non l'avete mai ascoltato per intero, fatevi un regalo: spegnete le luci, alzate il volume e lasciate che il sangue canti la sua canzone.

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