C'è un momento preciso, nel mezzo del terzo concerto di Garth Brooks al BOK Center di Tulsa, in cui capisci tutto. Non serve essere critici musicali né esperti di country: basta guardare le diecimila persone stipate nell'arena, tutte che cantano a squarciagola "Friends in Low Places" mentre lui, sul palco a 360 gradi, sorride come un ragazzino che ha appena fatto la marachella più grande della sua vita.
"Non ho talento", dice Brooks al microfono, con quella faccia da bravo ragazzo che non invecchia mai. "Non so suonare la chitarra. Ma conosco questo accordo." E attacca l'intro del suo inno per eccellenza. Il pubblico esplode. Un tizio in sesta fila tira fuori lo smartphone e misura i decibel: 110. Più di un concerto rock, più di uno stadio di calcio. È il suono di una comunità che si riconosce in uno dei suoi figli più famosi.
Il tour si chiama "Blame It All on My Roots" — date la colpa alle mie radici — e non potrebbe esserci titolo più azzeccato. Brooks è nato a Tulsa, ci ha vissuto nei sobborghi, ci ha messo radici prima di diventare il re indiscusso del country moderno, sette volte Entertainer of the Year ai CMA, l'unico artista nella storia con nove album certificati diamond. Eppure, quando sale su quel palco, non c'è traccia della superstar da 170 milioni di dischi venduti. C'è solo Garth, quello che conosce ogni scorciatoia per tornare a casa.
La scaletta è un greatest hits vivente: "The Thunder Rolls" con i suoi tuoni campionati che fanno vibrare il petto, "That Summer" che racconta storie di provincia e prime volte, "Rodeo" che trasforma l'arena in un'arena vera, polvere e sudore inclusi. Ma è nell'ultimo verso riscritto di "Friends in Low Places" — quello che finisce con un "You can kiss my ass!" urlato all'unisono da diecimila voci — che la serata tocca il vertice. Non è provocazione. È liberazione. È il permesso di essere se stessi, rumorosi e orgogliosi, in un mondo che chiede troppo spesso di abbassare i toni.
Le luci, all'inizio, salgono dal pavimento al soffitto con effetti sonori da navicella spaziale. Brooks apre con "The Old Stuff" e da lì non si ferma più. Due ore e mezza senza pausa, senza playback, senza trucchi. Solo una band affiatata, una voce che regge nonostante i quarant'anni di carriera, e una connessione col pubblico che i manuali di marketing non sanno spiegare.
Quando se ne va, dopo l'ennesimo bis, Tulsa sembra diversa. Più rumorosa, più fiera. Brooks non ha solo suonato tre concerti: ha ricordato a tutti, se stesso compreso, che non importa quanto in alto si arrivi. Le radici, quelle vere, non si tagliano. Si portano in giro per il mondo, e ogni tanto ci si torna sopra, a cantare insieme.
